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Me ne frego

San Francesco a Sanremo

 

Me ne frego di Sanremo, da circa un ventennio ormai. Che il festival sia iniziato anche quest’anno, me ne accorgo solo dal video dell’esibizione di Achille Lauro, magicamente spuntato sulla Home di YouTube. Le due di notte, non ne so niente, ascolto curioso le prime note, concentrandomi sulle parole. Poi a un certo punto il nostro, in un sol gesto, si sbottona, lascia cadere a terra il suo abito nero e d’oro, e il pezzo entra nel vivo. Lauro resta “nudo”, in posa, in pasto al benpensare.

Il gesto ha per riferimento la celebre scena attribuita a Giotto nella basilica superiore di Assisi. Un momento del tutto cruciale nella storia di San Francesco, quello in cui egli si spoglia dei propri abiti per sposare un’esistenza fatta di privazioni e preghiera. La stessa scena è ripresa in maniera esemplare dal regista Franco Zeffirelli per il suo Fratello Sole, Sorella Luna, solo che qui, sul palco dell’Ariston, il sorriso di Lauro non è quello del giovane Francesco, sinceramente divertito nei confronti di chi cerca di rimediare allo scandalo ricoprendolo con un mantello sfarzoso, ma quello ben più malizioso del compagno Giocondo che, schiavo dei propri sensi, non porterà mai avanti la propria missione di giullare di Dio.

Ci troviamo in Italia, addì 4 Febbraio 2020, eppure le reazioni di alcune persone all’esibizione non sembrano così diverse da quelle di circa otto secoli prima. Le considerazioni sulla “gioventù deviata”, a conti fatti, sono più o meno le stesse in ogni epoca. Le stesse degli indignati nei confronti del movimento Glam, capitanato da Marc Bolan e David Bowie, nel Regno Unito anni 70 — anche questo ben inquadrato dal regista Todd Haynes nel suo sfavillante Velvet Goldmine— e, nel Belpaese, discretamente rappresentato da Renato Zero. Le stesse dei figli di quegli indignati che, in realtà ancora suscettibili a simil gesta, oggi si ostinano a mormorare che siano “cose già viste e riviste”.

Per ciò che riguarda infine gli oltraggiati sul piano religioso, verrebbe da pensare che essi non siano altro che i diretti discendenti di coloro che condannarono Francesco per il suo gesto “provocatorio”. Certamente più avvezzi, ai nostri giorni, ad accettare un’esibizione di santi e crocefissi per fini squisitamente politici, piuttosto che uno “schifo” come quello di un pusher tatuato a cui si è permesso di calcare lo stesso palco calcato anni prima da un certo Domenico Modugno.

La storia si ripete, si sa, ma a tutte queste cose Lauro ha già risposto con la sua canzone, intitolata Me ne frego, e una tipica, tenera umiltà paracula di borgata che, anche stavolta, non manca di esibire quando a fine show si congeda dal pubblico con un inchino, “Grazie a tutti, signori e signore. Onorato.”

Quello di San Francesco, ad ogni modo, non è stato l’unico outfit mostrato nel corso delle notti del festival.

Lauro è stato Ziggy Stardust alias David Bowie, l’erede, musa e patrona delle arti italiane nei primi anni del XX secolo, Luisa Casati Stampa, e la “Regina Vergine” di Inghilterra e Irlanda, Elisabetta I, quinta e ultima monarca della dinastia Tudor. Tutti personaggi in qualche modo legati all’arte e alla libertà.

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