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Non è un paese per giovani

Achille Lauro al festival annuale della canzone

 

Il paese perdeva un’altra occasione per tacere. O forse per provare ad ascoltare, prendere in considerazione ciò che avevano da dire i suoi giovani abitanti. Se da una parte sembrava invertire una volta tanto questa tendenza, con il superamento di certi noiosi pregiudizi che da tempo la condannavano a uno tra i luoghi più vecchi al mondo, dall’altra correva malamente ai ripari, attraverso i giudizi dei benpensanti che starnazzavano scandalizzati verso la canzone inneggiante alla droga e al vivere male. C’era poi chi affermava che il tema fosse superato, che già trent’anni prima qualcuno l’aveva cantato, anch’egli a sua volta in ritardo rispetto a icone come James Dean o Steve McQueen. Ma se oggi l’opinione pubblica si mostrava ancora scandalizzata di fronte a uno come Achille Lauro, forse non era solo l’artista a essere ripetitivo.

La zia sul palco sbirciava il suo volto tatuato, convenendo che quegli schizzi fossero tutto sommato graziosi, ma l’ambiguità di quel commento era ormai cosa nota in paese. Tutti conoscevano a menadito il pensiero che si celava dietro le sue parole: “I tatuaggi in faccia, che cosa stupida, e come pensa di trovare mai un lavoro?” Va da sé che nessuno provasse nemmeno per un istante a valutare che se tra quelli che sceglievano di tatuarsi cose, nel tentativo di comunicare la propria identità, qualcuno fosse giunto a segnarsi persino in viso, chissà quale poteva essere la capacità di ascolto della comunità in cui era cresciuto costui.

Accusato di trasmettere modelli diseducativi, soprattutto in seguito alla sua partecipazione al festival annuale della canzone — come non fossero gli stessi modelli portati avanti dal sistema infernale da cui provenivano quelle accuse —, Lauro non era certo uno di quei figli che piacciono a mamma e a papà. Un tizio armato di microfono gli vomitava in faccia dei suoi trascorsi da pusher, di come il titolo della canzone presentata fosse un chiaro riferimento alle droghe, e per cui un pessimo esempio da dare ai giovani. Il suo programma gli aveva ordinato di respingerlo nelle fogne da dove era venuto, come se ad ogni individuo fosse data la possibilità di scegliere il modo in cui vivere, e certe condotte fossero marchi che condannavano a vita. A conti fatti, il gioco era sempre lo stesso: scrollarsi di dosso ogni responsabilità, cianciando di responsabilità latitante nei giovani d’oggi. Giovani lasciati a capire la vita sin da piccoli, a suon di inutili regole e tv spazzatura. Lasciati da soli, in una giungla in cui a contare erano, più che altrove, il borgo in cui nascevi e ciò che pensavi. Dove il massimo a cui ambire, una volta toccato il fondo più profondo, era il tuo quarto d’ora di pietà. Un’occasione speciale che esigeva volti bassi, da cagnetto triste e che, una volta addentato l’osso, non aveva che da tornarsene a cuccia.

Lauro era uno di quelli che non abbassano la testa, con tutto ciò che ne conseguiva in un luogo devastato dal bigottismo e dall’ipocrisia. Uno di quegli angeli folli che ancora trovavano un’ancora di salvezza in cose come la musica, la poesia. Un Rimbaud di borgata, con in volto la scritta “Pour l’amour”. Uno di quelli condannati a dare fastidio, sia che fallisca o che ce la faccia. Perché proseguire a testa alta qui era, più che in ogni altro luogo, un gesto di sfida che dovevi poterti permettere, magari nascendo “bene”. Un paese che in quei giorni lottava per un reddito di cittadinanza, tralasciando ancora una volta uno dei problemi cardine: il ricambio generazionale. Ovvero, che ai giovani fosse finalmente data una vera occasione di prendersi le proprie responsabilità, di afferrare il proprio io e capire una volta per tutte “di noi che sarà.”

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