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Radical Chic

Da Tom Wolfe a oggi

 

Nato in un luogo in cui nulla è mai come sembra. In cui devi fare cose con la giusta moderazione e dire parole senza mai dirle “del tutto”, amare il prossimo mantenendo la giusta distanza e storcere il naso senza essere visto. Nonostante le mie umili origini, un giorno sono finalmente riuscito a entrare in un giro radical-chic, anche se, quando non ci nasci, non ci entri mai veramente. Sono sempre stato affascinato da quel mondo e dalla sua elegante sfacciataggine, così, alla prima occasione, ci sono riuscito. È stato bellissimo, a tratti esaltante, ma non è durato a lungo. Una volta realizzata tutta la tristezza, l’insoddisfazione e l’ipocrisia che quella esperienza celava a uno come me, proveniente da una realtà piuttosto “diretta”, volevo solo venirne fuori.

Coniato dal giornalista Tom Wolfe nel suo saggio del 1970 Radical Chic: That Party at Lenny’s per definire gli appartenenti alla borghesia che per vari motivi — moda, esibizionismo o inconfessati interessi personali — ostentano idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale o comunque opposte al loro vero ceto di appartenenza, il termine “Radical Chic” è stato ben descritto da Michael Bracewell nel suo articolo Molotov Cocktails come “un esercizio in doppio-tracking della propria immagine pubblica: da una parte, definirsi attraverso la fede impegnata a una causa radicale, dall’altra, dimostrando questa fede perché è di moda, per mettersi in mostra in una società indignata e attenta ai nomi.”

Ciò che accade oggi in Europa, specialmente in un paese come l’Italia, non ha più soltanto a che fare con l’alta borghesia, è piuttosto il culmine di una frattura ideologica e generazionale che ha notevoli implicazioni sia a livello politico che sociale. Un’intera generazione di privilegiati che è riuscita a farla franca per anni, sulle spalle di coloro che hanno tentato in tutti i modi di sfondare i loro ranghi, magari illudendosi che fosse solo una questione di merito, che fattori come luogo di nascita, classe sociale o reddito — per l’amor di dio! — non contassero affatto. Una generazione di genitori e di classi politiche e manageriali che hanno allevato i loro ragazzi al riparo dai “crudeli meccanismi” del mondo, sperando che imparassero poi a difendersi da soli — semplicemente applicando i sani principi appresi nella severità di quattro mura — prima di denigrarli e accusarli di essere nullafacenti o “bamboccioni”.

Purtroppo, non tutti hanno poi avuto la fortuna di un culo ben coperto, non tutti sono risultati abbastanza simpatici, scaltri o disperati. Così, tra i sopravvissuti a tale scempio, un sentimento di odio ha iniziato a prendere il sopravvento sullo sconforto. Perché dovrei abbassare la testa e sentirmi in colpa, dopo essere stato trattato in questo modo? Danno e beffa insieme non sono mai così facili da mandar giù. Inoltre, tu dovresti passare per un uomo buono, un benefattore, mentre io per un cane rabbioso e colmo di invidia? Dio mio, no! Qui non si tratta di invidia, come qualcuno sta cercando di farla sembrare, saltando a piè pari cognizioni di secoli, millenni di storia di abusi e prevaricazioni.

È storia di questi giorni, come alcune persone, giornali o soliti nomi di scrittori, registi e cantanti — tutti veterani del ’68 o del fallimento della “sinistra” in tutte le sue forme — seguitino a combattere la loro folle battaglia, senza rendersi conto di quanto la loro ipocrisia sia già stata smascherata da un pezzo e, soprattutto, di come questo non faccia che rafforzare le convinzioni dei loro nemici. La lotta contro il razzismo degli ultimi giorni — come se simili tragedie come gli sbarchi degli immigrati non fossero mai state così reali —, è solo l’ultima trovata per convincere la gente della propria integrità morale, attraverso una triste goffa pubblicità a scapito dei più deboli — un Rolex rainbow per dire no all’emorragia di umanità. Iniziative che puzzano di falso a un miglio di distanza, e che celano malamente la paura di perdere le certezze dei propri circoli privati.

Non è più una questione di merito, lo è sempre di meno, o forse non lo è mai stato, è piuttosto una questione di nascita. “Quando sei nato non puoi più nasconderti” — come recita il titolo di un film di Marco Tullio Giordana sulla migrazione in Italia attraverso il Mediterraneo — e oggi nessuno sembra più volersi nascondere, né da una società chic, né tantomeno dall’ipocrisia.

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