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Acciari Private

con Claudio Acciari

Acciari 1 “Certe volte ho creduto fino a sei cose impossibili prima di colazione” — cit. Lewis Carroll: In che stato affronti la colazione?

Ci sono delle idee che mi vengono mentre guido o mentre faccio la spesa, o quando sono in bagno. Cerco di metterle su carta, poi, riguardando gli sketches che ho fatto, aggiungo altre immagini che “sorreggono” le prime, quasi fossero frames appartenenti allo stesso ipotetico film. È raro che faccia illustrazioni singole, devo sempre fornire diverse “prove d’esistenza” che riguardano un soggetto, perché solo legando diverse immagini tra loro riesco a fortificare il concetto artistico che ne sta dietro.

Da Monaco a Los Angeles, hai avuto modo di vivere e conoscere più realtà e ambienti lavorativi: il tuo ritorno in Italia è parte di una scelta ben precisa?

Durante il periodo in cui lavoravo negli studi di animazione è sempre arrivato un momento in cui dicessi “adesso basta, qui non ci voglio più stare”. Credo di aver sempre ascoltato il mio bisogno creativo contingente, a discapito di un percorso carrieristico.
Quando ho avuto bisogno di imparare certe cose, mi sono preoccupato di recarmi nei posti in cui avrei potuto impararle. Da qui, la sovrapposizione di obiettivi da raggiungere: la mia crescita tecnica con le esigenze di produzione. Poi è giunto il momento in cui ho sentito la necessità di fare ricerche personali, di esprimermi come autore, è così che mi sono allontanato dall’industria e, a tale scopo, il paese più idoneo per “l’isolamento” professionale risultava essere l’Italia, qui non mi sento osservato perché mi sento incompreso.

Acciari 2

Riguardo all’animazione — ma non solo — la realtà lavorativa italiana ha l’enorme pregio di essere inaffidabile, di non funzionare, condizione ideale per decidere di guardarsi dentro, crescere come autore, senza essere distratti dal “fuori”.
Una delle differenze tra un modo di lavorare non italiano e quello italiano è il rapporto che c’è tra i lavoratori e la — presunta — struttura piramidale nella quale agiscono.
All’estero, il rispetto delle varie competenze è il risultato del rispetto verso chi ricopre una certa competenza. Questo fa si che chi ricopre un determinato ruolo è tenuto a fare il suo dovere e niente altro. Se decidesse di rifiutarsi di fare ciò che non gli compete non avrebbe alcun imbarazzo nel sostenere quella scelta, perché il suo comportamento verrebbe giudicato da tutti come lecito. Ho notato che in Italia, il proprio operato viene gestito dagli altri componenti del team come fosse un pallone da calcio: chi ne è in possesso fa ciò che più gli aggrada, prima di passarlo al successivo compagno di squadra, e quando l’ha passato è diventato un pallone da rugby, diventerà una pallina da tennis, poi una boccia da bowling, fino a che ci si scorderà a che sport si stava giocando.
Non credo che sia uno spirito anarchico quello che regna presso gli studi di produzione italiani, quanto il desiderio del singolo di essere capo quando sarà il suo turno, in questo modo scompare l’autorevolezza della figura del regista, del direttore artistico, del designer, dell’animatore, e così via. Spesso — e purtroppo — quello di non riconoscere dei ruoli precisi diviene la prerogativa ottimale per poter prendere decisioni all’ultimo minuto, e rendere sistemico il clima d’emergenza dove la competenza può solo fungere da supporto, da tappabuchi, ma non può mai brillare per rivendicare un’intrinseca insostituibilità. Non ricordo d’aver notato un atteggiamento simile quando ho lavorato in Germania, in Danimarca, tantomeno negli Stati Uniti.

Acciari 3

Quali sono i compromessi più spiacevoli di un artista di successo?

Non saprei, bisognerebbe chiederlo a un artista di successo.
Per molte persone, lavorare in uno studio come la DreamWorks significa essere al top. Bene, stando a questo giochino, quando ero al top, dopo l’orario di lavoro, a casa sentivo un bisogno irrefrenabile di vedermi dei cartoni animati giapponesi, quasi a volermi disintossicare da non so cosa. Mi guardavo Conan, Daitarn 3, Nausicaa, Kiki, Laputa, Yohko Devil Hunter, Project A-ko, L’ape Maia, etc. Mi interessava la sintesi di quelle scelte d’animazione — e i giapponesi sono stati maestri imbattuti —, quell’economia, quella giusta misura che, in confronto, la full animation sembra solo un modo per perdere tempo e spendere soldi.
Per me, stare in un posto in cui non posso sperimentare quello che mi ispira è un po’ come stare in una galera, in aggiunta a ciò mi fregava il fatto che avevo moltissima stima verso i miei colleghi e verso il supervisore del personaggio che animavo, come avrei potuto disilludere le loro aspettative? I riferimenti per una buona animazione erano quelli condivisi dal gruppo, un vero e proprio “credo” — che se ne dica —, non mi veniva certo di fare di testa mia, ma al tempo stesso stavo mettendo a tacere un mio interesse artistico. Che fare?

Tre dei cartoni animati che hanno “segnato” la tua infanzia:

Goldrake, Heidi, Red & Toby.

Acciari 4

Credi ci sia un modo per essere infinitamente creativi senza doversi per forza confrontare con le ombre della follia?

Non credo si debba per forza essere “infinitamente” creativi, è sufficiente esserlo nella misura ottimale per poter evitare di doversi confrontare con le ombre della follia. È frustrante non poter creare quando lo si desidera, o doverlo fare per forza, controvoglia.

Sembra esserci una tendenza sempre più diffusa nel temere o rifiutare la definizione di artista: tu come la vivi?

L’utilizzo e la reperibilità di certi programmi di montaggio ha dato a molti la sensazione di non essere tanto diversi dai registi, anche se preferiscono farsi chiamare prudentemente film-maker. Schiacciando i bottoni giusti di Photoshop si riesce a rendere appariscente uno scarabocchio.
Chiunque saprebbe fare un volantino o una locandina con questo o quel programma, perché chiamare un professionista se questa differenza non è poi così visibile?
Fino a quando guardare un’immagine schifosa non provocherà la perdita di sangue da naso non vedo quale sia la necessità di distinguere un artista da un furbo.
Qui si ritorna all’idea che non è bello ciò che è bello quindi non può essere artista ciò che è artista. Dal punto di vista sociale, invece, non credo che alla gente interessi quel che una persona sa fare, e quanto amore ci mette per poterlo fare in quel modo. I bambini sono sensibili a queste cose, ma nel mondo degli adulti se non c’è denaro c’è puzza di fallimento.
Se un artista fa tanti soldi non si vergogna certo di autodefinirsi artista. A volte riesce persino a illudersi che il suo guadagno dipenda dalla sua bravura come artista.

Acciari 5

Credi che la speranza di un futuro migliore abbia ancora a che fare con la bellezza?

Il futuro non credo sia migliorabile, anche se è reale la volontà di molti individui nel migliorare le cose. Ogni periodo è caratterizzato da cose belle e brutte, è un equilibrio perverso rispetto al quale si può solo decidere che maglia indossare. Inoltre, qualora fosse possibile distinguere ciò che è bello da ciò che non lo è, troverei doveroso chiedersi quali siano le condizioni che lo generano — il bello —, da chi viene utilizzato e per quali scopi. Tutti coloro che investono nella bellezza hanno come ultimo scopo quello di migliorare il mondo? Mi vengono in mente i manifesti di propaganda bellica dipinti da artisti fenomenali provenienti da ogni parte del globo, quale utilizzo della bellezza più sconsiderato! Se ci fosse anche solo l’ambizione di promuovere esclusivamente il buon gusto in senso lato, per quanto questo sia poco definibile, sarebbe comunque una sfida interessante e poco strumentalizzabile.
Nell’arte sacra, i canoni di bellezza venivano decisi dalla Chiesa. In seguito, tutti quei soggetti che rappresentavano scene di mortificazione, devozione, beatitudine, cedettero il posto alla schizofrenia dell’arte contemporanea, dove a decidere se un’opera contenga il gene del capolavoro o meno sono i nuovi cardinali, cioè i critici d’arte appartenenti alla borghesia.
Ora penso che il consenso di massa sia la cartina tornasole rispetto alla quale viene persino meno la necessità di chiedersi se una cosa sia bella o brutta. L’industria è ansiosa di individuare ciò che è efficace al fine di vendere prodotti, ma l’efficacia non ha necessariamente connotazioni estetiche, a meno che non si affermi che è bello ciò che piace ai più.
Non credo che un Raoul Dufy, o un Marc Chagall o un Picasso, avrebbero avuto qualche briciolo di speranza di diventare famosi se ci si fosse affidati al televoto.
Da autore, mi preme poter disegnare quello che mi emoziona piacevolmente, quello che può lasciare un simpatico ricordo in altri, senza che necessariamente ci si ricordi di me. Paradossalmente, con un approccio simile riesco ad avere un appagamento narcisistico non indifferente.

Acciari 6

Ci sono ricordi che restano, altri che volano via per sempre: hai idea di chi — o cosa — si nasconda dietro questa selezione?

Posso raccontare la genesi di un mio disegno, ma per questo genere di cose bisogna chiedere a chi mi ha disegnato. Continuo a essere in balia della vita, e non ho certezze. Certi meccanismi della mente umana per me sono un mistero.

Thanks

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claudioacciari.blogspot.it

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