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Mutatis Mutandis

Con Veronica Montanino

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“I sogni sono come farfalle, se li tocchi con le dita, perdono l’incanto di ogni colore” — cit. Anonimo: qual è il giusto compromesso tra vivere e rappresentare?

Non è certo un caso che la farfalla sia una immagine così ricorrente nell’arte, da Canova a Damien Hirst… Sogni e farfalle ci riconducono al significato originario della parola psyché, così come la utilizzava Omero nell’Iliade. La farfalla intesa come meraviglia del ciclo vitale, come immagine di una nascita dalle capacità metamorfiche, che dà luogo a una strabiliante trasformazione, a partire dalla crisalide. Penso sia una potente metafora dell’arte stessa. Siamo nell’ambito di un’immagine reale e non reale al tempo stesso, così come i sogni.

Credi che l’aumento di persone che si dedicano all’arte corrisponda a un aumento di sensibilità nel mondo?

Domanda interessante quanto insidiosa. Da una parte si potrebbe dire che l’aumento delle persone che si dedicano all’arte è riconducibile a tendenze, mode ecc. perlomeno in quelle società che, avendo risolto i problemi primari legati alla sopravvivenza e avendo garantiti i diritti fondamentali dell’individuo, si possono permettere di dilettarsi con linguaggi raffinati come quelli dell’arte. Oggi l’arte è una prerogativa delle società che se la possono permettere. Ma è pur vero che il dato di una sensibilità in aumento, prendendo in esame la storia, è incontrovertibile se penso al valore che oggi diamo alla vita, ai diritti umani, e a tutta una serie di cose che non abbiamo ancora raggiunto, ma rappresentano l’obiettivo, l’ideale di quanti sono in lotta per un mondo più giusto, civile, e anche più bello. Un tempo la disuguaglianza, l’ingiustizia sociale, la mancanza di libertà, erano la norma che si accettava, senza pensare che il mondo potesse cambiare. L’arte c’è sempre stata!

Metodo e propositi della tua opera:

Il metodo è quello additivo, moltiplicatorio. Se la sintesi è la capacità di esprimersi in breve, attraverso pochi ed essenziali segni, il mio metodo è l’esatto opposto. Costruisco l’immagine attraverso l’estensione, la sovrapposizione e la diffusione di centinaia e centinaia di segni e micro segni, e colori, bolle ecc., distribuiti a livelli stratificati. È un’idea di ipervisibilità, per cui dando in pasto agli occhi un esagerato numero di segni, tra colori e figure, distribuiti peraltro in ordine non gerarchico, di fatto tendo a rendere la visibilità qualcosa di meno immediato e di più confusivo: soggettivo. Il curatore de Finis li definisce labirinti, e sono effettivamente tracce, motivi, frammenti che negano categoricamente l’unicità della visione. Questa strategia visiva mi serve per ridimensionare la dittatura dello sguardo. Un invito ad addentrarsi, a soffermarsi, a scegliere cosa vedere.

Quanto ha a che fare la follia con l’illuminazione?

Il termine follia non mi piace e, associato all’arte, lo trovo un cliché datato e inutilizzabile oggi. Preferisco la parola mania, nel senso della dimensione ossessiva che appartiene senz’altro agli artisti ma anche a tutti quelli che dedicano la propria vita a una ricerca. Mi riferisco a quella fissazione compulsiva mediante la quale si trovano delle cose soltanto al di là della superficie. Ma non la definirei illuminazione.

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Amore e Psiche: esistono segreti per tenere ogni passione al riparo dalle insidie terrene?

Assolutamente. E io mi sono data un gran da fare a leggere e rileggere la favola per capire quali, senza essere riuscita a venirne a capo. No, seriamente, forse il segreto è saper tenere dei segreti, e nel caso della favola è proprio la visione nitida e oggettiva a dover rimanere segreta.

Dal 3 Ottobre sei in mostra alla Dorothy Gallery: quali sono le gioie e i tormenti nel rapporto diretto con lo spettatore?

Penso di dire una cosa banale se dico che il fare artistico ha a che fare con la solitudine, a prescindere dal fatto che un artista si possa o meno circondare di assistenti e collaboratori per realizzare il proprio lavoro. La solitudine è la dimensione interna alla base della proposizione artistica, che nasce dall’esigenza di abbandonare o mettere tra parentesi il linguaggio quotidiano, quello imparato e condiviso da tutti, per sviluppare narcisisticamente — paranoicamente? — un modo di esprimere sé stessi e il proprio rapporto col mondo. Poi arriva il momento dell’esposizione, in cui il rapporto con gli altri diventa centrale per via della possibilità di condividere i risultati di una propria ricerca. È un passaggio delicato, in cui io personalmente mi sento sempre fragile e nervosa. Poi, superato questo primo momento di crisi, prendo a godere delle approvazioni e a soffrire le critiche a cui è inevitabile esporsi.

“Quelli che fanno un affare dell’arte sono per lo più impostori” — cit. Picasso: Qual è il vero fine dell’arte?

È un discorso, questo, sul quale si potrebbe dibattere all’infinito. Innanzitutto, visto che hai citato Picasso, sottolineerei come proprio lui sia stato un esempio di gigantesca originalità e, insieme, di riconoscimento e successo di mercato. Ciò a dimostrazione che le due cose non sono e non devono essere per forza in contrasto tra loro. Il discorso della speculazione smodata, dell’arte come gigantesca bolla finanziaria, e delle perversioni del mercato a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, si commenta da sé. Il mercato non è evidentemente il fine dell’arte, ma un mezzo di sopravvivenza dell’arte stessa. Ho il sospetto che chi tiene molto, con falsi pudori, ad alzare delle polemiche contro il sistema, o addirittura contro l’arte come oggetto materiale, sia proprio chi meglio si intende di strategie e di marketing. Fare finta di negare il valore materiale ed economico dell’arte, per conferirle un’aura sacrale, ha come risultato di moltiplicarne il valore stesso.
Trovo lodevole l’approccio trasparente e diretto della Dorothy Circus, che scrive il prezzo del lavoro nella didascalia, senza fingere che si debba entrare in galleria come in chiesa.

È vero che una cosa più è condivisa da tutti più il suo valore diviene discutibile?

Non si può generalizzare… Personalmente, quando qualcuno non apprezza il mio lavoro o lo ignora, me la racconto così, ovvero che non essere capiti è sintomo di aver fatto qualcosa di originale. Ma è solo un modo per consolarsi. A volte può essere come dici tu, che le cose più condivise sono quelle più facili, a volte sono semplicemente le più universali e dunque geniali.

Il ricordo della tua infanzia a cui resti più legata:

Non ho avuto un’infanzia degna di nota, anzi, abbastanza infelice, a dirla tutta. Non so risponderti.

Thanks

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www.veronicamontanino.com

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