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Il primo respiro

Con Gilles De Maistre

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Com’è nata l’idea di un documentario sul “primo respiro”?

Poter filmare una nascita è un immenso regalo che ti fanno i genitori. Avere la fortuna d’assistere a questo momento di grazia, lo sbocciare della vita, ti trasforma per sempre, ogni volta. Per una serie di documentari per la televisione, ho passato due anni sconvolgenti in una sala parto parigina. Ci avevo filmato un centinaio di parti, tutti differenti, ma tutti nello stesso ospedale. La potenza emotiva, umana, di ogni nascita, era tale che ho voluto prolungare questa magia altrove. Così ho avuto l’idea di fare questo lungometraggio sullo stesso tema, immaginando che la sala parto fosse la Terra. E l’obbiettivo è stato doppio: trasmettere allo spettatore il torrente d’emozioni che provoca la nascita di un “piccolo uomo”, e tentare di raccontare la vita degli uomini d’oggi attraverso questo prisma.

Quanto tempo hai impiegato per realizzarlo?

Tre anni, ma la ricerca delle donne e le riprese sono state lunghe. Io giro da solo o con un tecnico del suono. Siamo molto lontani dalle grosse produzioni cinematografiche con centocinquanta persone sul set. Qui, si tratta di captare la vita. Saper decifrare i gesti, gli sguardi. Io desideravo che lo spettatore entrasse nell’intimità delle protagoniste, che si abituasse al loro modo d’essere, per sentirsi vicino alle loro emozioni. Il mio sguardo diventa l’occhio dello spettatore: ora fissa una donna, si attacca a un dettaglio o assiste da lontano. Non ho avuto paura di fare dei primi piani. Ho voluto creare una prossimità immediata tra lo spettatore e le donne. La telecamera gli dà la sensazione d’assistere a quello che vede, è parte integrante della scena che si sta svolgendo. Non ho mai cercato di farla dimenticare, né di farmi dimenticare, nelle riprese. Ho voluto, al contrario, mischiarla, integrarla, associarla alla scena. Arrivavo in media quindici giorni prima della data presunta del parto: mi dava il tempo di fare conoscenza con le donne, con il loro ambiente, i loro mariti, di far capire loro come lavorassi. Soprattutto, questo mi ha permesso di filmare ciascuna di loro prima del parto, un mio modo di presentarle allo spettatore, di mostrargli il loro universo, il loro quotidiano. Volevo che, come me, lo spettatore fosse in attesa della nascita. Ogni volta è una storia diversa, non conosciamo la fine.

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Quale potrebbe essere lo scopo sociale del film?

È una foto del mondo di oggi. Un’istantanea emozionale, senza giudizi né lezioni di morale, che punta a un certo numero di domande: le disuguaglianze sociali, economiche, e di diritto alla salute. L’ecologia, le contraddizioni che esistono tra la natura e gli eccessi del progresso tecnico. I fallimenti e le vittorie della scienza. Sì, osservare la nascita, lo zampillare della vita sulla terra, permette di interrogarsi su questi grandi problemi. Ma c’è anche un tentativo di parlare d’amore, di porgere a ciascuno uno specchio per mostrare quanto siamo simili ai nostri bebè, che abbiamo tutti gli stessi dolori, le stesse lacrime, le stesse risate… Nei paesi poveri, si fanno spesso i conti con morti di donne e bebè. In Nigeria, un bambino su tre non supera il primo anno di vita. In Francia, controlliamo le nascite, e la gravidanza è gestita quasi fosse una malattia. Immagino che, vedendo il film, molte donne rifletteranno, senza per questo voler fare la stessa cosa: l’approccio di Vanessa l’americana, di Yukiko la giapponese o di Pilar la messicana che partorisce con i delfini. Il parto naturale, che affronto nel film, ci rinvia a quello che abbiamo fatto nelle nostre vite, al mondo che lasceremo ai nostri figli, a quello che vuol dire essere una donna, una madre. Non voglio far passare un messaggio. Amerei toccare la gente, per un po’.

“Credo che il dovere di un medico sia quello di curare i propri pazienti, il dovere del cantante di cantare. Il dovere del giornalista è quello di scrivere ciò che egli vede nella realtà” — cit. Anna Politkovskaïa: È proprio la realtà quella che oggi vediamo attraverso il giornalismo?

Da solo, in Somalia, ho filmato l’esodo dei rifugiati. Fuggivano dalla guerra civile, a piedi. Marciavano per settimane. È stato prima dell’intervento degli americani, prima dell’arrivo dei giornalisti, nel 1990. Una donna portava suo figlio fra le braccia, pelle e ossa, l’ultimo a essere ancora in vita. I suoi otto fratelli e sorelle erano morti durante il tragitto. Aveva tre anni e sembrava ne avesse uno. È morto quando sua madre aveva appena trovato un rifugio in un campo. Mi aveva lasciato filmarla per qualche giorno. Indifferente. Perché filmarla? Per chi? La riprendevo per Arte. Avevo trentatré anni, e otto di grandi reportage alle spalle. Mi ero già confrontato con l’orrore, in Colombia, in Mozambico, in Cambogia, ai quattro angoli del mondo.

Non ci si abitua mai. Non ci induriamo. Ogni volta ritroviamo questa vertigine, questo sentimento d’esser superati, sommersi dalla realtà. Il sentimento di essere estranei al mondo, di evolversi nel bel mezzo di un incubo. Ci si aggrappa al proprio mestiere, come si può, perché riteniamo che questa testimonianza sia irrisoria, che c’è troppo da fare, troppo da dire. Costatiamo, impotenti, e poi non resta che montare il proprio film, bilancio macabro. Ritroviamo i nostri cari e la vita riprende il sopravvento senza che si possa mai comunicare veramente le immagini che ci perseguitano, mai dire tutto quello che abbiamo visto, sentito, vissuto. Queste realtà sono al di là delle parole, al di là del mostrabile. Negli occhi di questa madre che non voleva lasciare il proprio figlio morto, avremmo potuto leggere dell’indifferenza. Il suo dolore era, anche per lei, al di là di quello che avrebbe potuto dire o fare.

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Come gestisci la tua sensibilità in luoghi dove i bambini sono in guerra?

Dall’India a El Salvador, dalla Cambogia al Mozambico, sempre gli stessi campi di rifugiati, gli stessi blocchi stradali. Gli alberghi malfamati, la corruzione, il nepotismo, la miseria dei senza terra, dei bambini denutriti, delle famiglie sgretolate. E sempre, questi giornalisti legati al terzo mondo, che testimoniano instancabilmente gli stessi orrori senza che nulla cambi mai. Per cosa rischiare la libertà, la salute fisica e mentale, e a volte la vita? Mentre molti di loro hanno una famiglia che li aspetta… Loro ripartono, come un Marin riprende il mare, perché ce l’hanno nel sangue. I grandi reporter vogliono cercare delle immagini, delle testimonianze. Amano la vita sul campo e, al di là delle lacerazioni di cui sono testimoni, loro amano l’urgenza di vivere queste popolazioni, questi scenari sovradimensionati, tutto questo tessuto umano, e il brulicare d’iniziative per arrivare all’indomani. Pertanto, per profondo che sia il loro attaccamento a questi paesi, i reporter sanno che non ne fanno e non ne faranno mai parte. Ripartiranno e resteranno degli estranei.

Questione di stile di vita, di modo di pensare. Quali che siano le loro facoltà di adattamento, loro si sentono sempre fuori posto. Respinti fuori dal conflitto, fuori dai limiti del dramma. La condivisione s’interrompe alla testimonianza che riportano.

Anche i più ferrati superano male queste contraddizioni. Presto o tardi si domandano che cosa ci facciano là, cosa li spinge, che cosa li aiuta a vivere in tutti questi andirivieni da un estremo all’altro. Il gusto dell’azione, l’attrazione del vuoto, la passione di vedere e comprendere… E poi la vocazione che ti cade addosso come uno scialle e non lascia più scelta.

Credi ci sia un “ultimo pianto”?

Effettivamente sto preparando un film sulla morte, ma è complicato. La gente non ha la voglia necessaria per vedere questo genere di film… Ma lo farò!

Il ricordo della tua infanzia a cui sei più affezionato:

Mio padre partiva spesso in viaggio per affari… Da bambino, credo di essermi sempre detto che succedeva qualcosa di straordinario nelle “altre coste”.

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