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Into the channel flow

con Anthony Dod Mantle

 

Con The Millionaire hai raggiunto Oscar e BAFTA alla migliore fotografia. Quali sono i trucchi del mestiere — e della vita — che sveleresti a chi si accinge a intraprendere una carriera con la fotografia?

Oltre a mantenere un qualche tipo di fede nelle ragioni per alzarsi dal letto la mattina — specie nei peggiori giorni della propria vita —, ho imparato che in ognuno di noi dev’esserci, in agguato in qualche luogo nascosto, una certa equazione che colleghi la personalità, e i tratti caratteriali che possediamo, a una potenziale finestra di opportunità in grado di azionare l’infinito canale di un qualche tipo di espressione. Questo è il mio pensiero su un percorso artistico che si compia attraverso la vita, più che mediante una qualsiasi logica o razionale strategia per far carriera.
Potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa, dal correre nudi lungo la linea laterale, durante una partita di calcio di Premier League, allo scarabocchiare strane parole sul tetto di un silo di qualche periferia, o al dirigere il peggior film del mondo.
Se la fede può sopravvivere, allora questo collegamento può avvenire, e di conseguenza anche l’espressione. E dentro di me la vita può essere migliore. Per ognuno di noi.

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La battaglia principale è quella di trovare un luogo in cui questo canale possa fluire, in sintonia con un sistema monetario e una ricompensa finale. Non vi è alcuna logica nel mio percorso, in qualunque cosa io faccia oggi. Un lungo viaggio di ponti rotti, creativi cul de sac, coincidenza, amori, evasione… Tutto alimentato da una flebile fiamma: la convinzione di non poter altro che trovare, un giorno, la finestra, o la porta… Ma, Dio, c’è voluto un po’ di tempo, più un sacco di paesi. E fortuna. L’interesse persistente nelle persone e nel mondo che mi circonda. Dei pazienti e amorevoli genitori devono essere un fattore chiave, durante i periodi più critici della crescita nella nostra giungla.

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Pensi che l’aumento di mezzi e tecnologia a disposizione sia una buona cosa per la creatività?

Più tecnologia per tutti… Serve a distrarre “l’ignaro e l’annoiato” dalla natura, intanto che attiva e provoca l’interesse delle restanti “menti creative” nel proporre qualcosa all’umanità. Questa è la mia versione: se appartengo a ogni luogo, è sicuramente il mio pianeta. Per quanto riguarda le risorse, potrebbe significare molte cose, ma il cervello e il cuore — non in quest’ordine — sono le risorse chiave. Soldi e fondi agiscono solo in superficie, non determinano mai alcuna lingua o messaggio.

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Sei nato a Oxford, ma hai scelto di vivere a Copenaghen. In che modo le atmosfere danesi influenzano il tuo lavoro?

Nei mesi più caldi, Copenaghen è una città ronzante. In autunno la gente torna a strisciare nelle proprie caverne arredate e dimentica tutto il resto, la città si oscura. O, almeno, perde il suo splendore. Il bere abbonda: regole del materialismo. Gli artisti e i pensionati fuggono come uccelli migratori. Non ho avuto scelta nel nascere a Oxford, e non ne possiedo memoria. Con la mia famiglia non abbiamo fatto che trasferirci, come zingari della classe media, per tutto l’arco della mia infanzia. E a ventun anni, ben poco intelletto o ripensamento è stato dedicato al mio viaggio scandinavo, quando mi sono imbarcato dal porto di Harwich. Detto ciò, quello che era iniziato come uno sporco, frivolo weekend, sembra esser passato a un altro livello. In pratica, appena venuto qui in Danimarca, me ne sono innamorato. Parte da qui. Son tornato per le stesse curiose ragioni per cui sono arrivato. Se poi vi sia una logica in tutto questo, è nella mappa di sviluppo di cui alla prima risposta: seguire una pista verso la luce.

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Con questo voglio dire quanto segue: che si trattasse della caccia durata un anno presso la piantagione di tè dei miei nonni, in Assam, o del resistere tre anni a Londra per la laurea in Fotografia, o ancora, di altri quattro anni in Accademia, nelle amare acque del porto di Copenaghen, presso la Scuola Nazionale di Cinema danese, ero sempre e comunque all’inseguimento della graduale apertura di quella finestra di opportunità, verso un canale che dovevo seguire, a prescindere dalle assurde conseguenze linguistiche o geografiche. Poca logica, fede più cieca. Tutto ciò, una missione per allineare il sé creativo con la possibilità di scoprire una ragione, una funzione. Forse anche un lavoro nella comunicazione.
In questo modo sembra che io mi sia sempre mosso. Forse il fatto di risiedere ancora in un luogo apparentemente straniero a quello di origine, perpetua una naturale capacità degli esseri umani di svegliarsi quando si trovano in un ambiente non familiare: lo shock del nuovo, unito al fatto che sei un visitatore, con il linguaggio di un clown e l’aura di un alieno. Ciò rende la comunicazione e la percezione sempre potenzialmente interessante!

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Quanto ha a che fare la follia con l’illuminazione?

In generale, le persone bevono di più al buio. È al buio che lottano di più, al buio scopano e si accoltellano. La mia follia personale — se vogliamo parlarne — ha molto a che fare con l’illuminazione. Come invecchio, i coni e i bastoncini dei miei occhi sbiadiscono, la luminanza sul mio mondo svanisce, e la conseguenza di ciò è uno sforzo maggiore per vedere. Questo di per sé può intensificare e allertare la mia concentrazione e messa a fuoco, il che non è male, in quanto inevitabile, inutile sbatterci contro.
Come detto, Copenaghen si oscura notevolmente durante i mesi bui, la psiche della società subisce dei cambiamenti, il freddo si intensifica, le persone brontolano e vagano per le strade contro il vento pungente e la pioggia, gli occhi in giù di 45 gradi, come a caccia delle proprie lenti a contatto. Inoltre, gli apparenti politici della luce hanno riconosciuto Copenaghen come una città buia: illuminazione stradale minima, in molte zone il clima è decisamente di guerra/coprifuoco, un posto davvero triste per vagare di notte, e in netto contrasto con città del calibro di Parigi, Londra, New York ecc. Ecco, questo sì che mi fa impazzire. E sono convinto che lo stesso valga per molti altri intorno a me. Se poi ne sono coscienti o meno, è un’altra cosa.

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In alcune fasi di Antichrist di Lars Von Trier, hai preso il suo posto alla telecamera. Una delle scene di cui ti ritieni più soddisfatto:

Antichrist… si collega bene al tema della follia. La maggior parte delle scene mi soddisfa perché siamo riusciti a realizzarla. Ho sentito che gli attori hanno avuto lo spazio di cui avevano bisogno, e credo che anche al regista sia stato dato lo spazio dovuto, ma si trovava in una oscurità piuttosto seria, per cui prendergli la telecamera dalle mani non poteva che peggiorare il suo stato. In realtà, non credo che quello su chi abbia preso posto alla telecamera sia un problema per cui vale la pena parlare. Non sarà mai lo stesso battito cardiaco, dietro l’obiettivo, ed è inutile immaginare qualcosa di diverso. Credo sul serio che tenere una telecamera di fronte a un protagonista sia un dono da rispettare e di cui gioire, uno scambio spirituale, anche se occasionale: pensi, ti prepari, si discute, si immagina, si è d’accordo, e poi succede tutt’altro. Questo può portare ogni cosa dalla bellezza alla catastrofe, e nessuno sarà d’accordo comunque. Fondamentalmente, il pazzo ne ricaverà follia, mentre i forti sopravvivranno per raccontare la storia, e anche qui nessuno sarà d’accordo. Quindi, non è semplice parlare dei film in retrospettiva, mentre di quelli in divenire… è lì che tutto accade, e in cui si trova la chiave e l’impegno di ciò che facciamo.

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Cosa motiva la scelta di unire il naturalismo dell’immagine con gli effetti speciali?

Nel caso di Antichrist, Lars VT e io abbiamo avuto un dialogo molto importante e gratificante per tutta la pre-produzione, riguardo tutti i diversi livelli del film in cui il naturalismo e le scene costruite dovevano essere amalgamati. Ad esempio, abbiamo usato le tecniche di Motion Control per tentare di fondere perfettamente l’operato della telecamera a mano con i movimenti più artificiosi e complicati. La motivazione in questo caso era quella di scivolare dentro e fuori ognuno di questi livelli di storia, senza alcuna cucitura, come nel caso della coscienza umana. In pre-produzione, ogni singolo movimento della telecamera, lineare o meno, è stata discussa, in un ambiente lontano dalla follia, in modo che Lars e io potessimo analizzare cosa e perché stavamo per fare quello che ci eravamo programmati, insieme al team di post.
L’interpretazione retrospettiva di una scena di successo, di ognuno dei film a cui ho partecipato, è ancora fortemente influenzata da tutto il cammino nel mio processo di ripresa e realizzazione. Antichrist non è stata una passeggiata nel parco, e la follia era spesso presente sul set, per cui questa sarà sempre una domanda difficile a cui rispondere. Fare questo film è stato come creare una bestia selvaggia — mai vista, e di cui non si era mai sentito parlare prima — intanto che, allo stesso tempo, si cercava di domarla e infine di categorizzarla, grazie ai critici di tutto il mondo. Un film molto vicino al mio cuore, tanto amato quanto doloroso. Da non dimenticare mai.

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Se potessi utilizzare le lens babies per indirizzare lo sguardo di ognuno sul mondo, cosa mostreresti?

Le lens babies sono un esempio di visione danneggiata e rozza. Per quanto mi riguarda, rappresentano l’imperfetto, il primitivo… il mondo degradato. In contrasto con l’avidità della ricerca di un’immagine industriale che sia sublime. Un linguaggio che associo alla linea principale e alla tradizione cinematografica contemporanea. Tuttavia, non appena la tendenza tecnica o estetica, nella rappresentazione popolare, si fa abusata e ultra familiare — sia essa l’immagine scadente e rinnegata, proveniente dai bassifondi della moda, o quella tradizionale, ad alta definizione, che la maggioranza si sforza di rendere più sterile possibile —, entrambe vengono meno al mio occhio. Al momento, credo che punterei l’obiettivo su tutto ciò che è immacolato.

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In 127 ore, Aron Ralston è costretto ad amputarsi il braccio per liberarsi da una trappola mortale. Quanto c’è di metaforico nel suo calvario — e nell’atto di riprenderlo con una videocamera digitale — rispetto alla nostra epoca?

È buffo, è un po’ come se tu avessi una tua teoria e conoscessi già una risposta da solo. Mi ispira, ma non sono sicuro di avere una mia risposta. Ciò che richiede una scelta del tipo “Quale braccio dovrei tagliare per fare qualcosa, il destro o il sinistro” nel caso di Aron non esiste. Se egli ha intenzione di vivere, non ha che una scelta. Ma c’è un valore straordinario in un confronto così estremo con la nostra mortalità di esseri umani, e gli ultimi film incentrati sul racconto della sopravvivenza trattano allo stesso modo l’affioramento di alcune questioni morali riguardo la nostra responsabilità, verso gli altri e verso il nostro corpo fisico.
Le telecamere digitali sono qui per restare. Sistemi di acquisizione immagini più piccoli crescono in popolarità, tra i professionisti più diffidenti così come tra le voci meno ricche del pianeta. Abbiamo ancora degli estremisti in tutte le scuole di pensiero, pensatori radicali e cantastorie, proprio come una gran parte dei cineasti incredibilmente poco avventurosi e scettici, in tutti i territori della comunicazione. È l’insieme di tutto questo e della tecnologia a disposizione a mantenerci vivi come comunicatori. Una cosa è certa, personalmente non sarei stato in grado di fare 127 ore in quel modo, insieme a Danny e a Enrique Edziak, senza un certo atteggiamento minimalista da telecamera a pedana e un tradizionale racconto di rottura quale era il film. Il resto è storia.

Il ricordo della tua infanzia a cui sei più affezionato:

Seduto sul davanzale, mentre la pioggia batte contro il vetro. Ascoltavo il vento, gli occhi chiusi… un po’ come essere sul set, con la testa nella telecamera, quando le cose vanno bene.

Prossimi progetti:

Speriamo la migliore storia che mi porti via dal luogo in cui sono stato troppo a lungo seduto… Era una metafora.

Thanks

Antichrist Trailer
www.dodmantle.com