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Che ti passa per la testa?

Gianluca Esposito: Un artista confuso, a Parigi

 

Pensando al mio lavoro creativo, e prescindendo dalle qualità specifiche dei diversi codici che nel tempo ho sperimentato, la cifra che mi permette ogni volta di riconoscermi è, senza dubbio, l’accanita volontà di raccontare storie…
Mi piacerebbe parlare di me come di un narratore che ogni volta saggia lingue diverse per comunicare il suo racconto.

Questa attitudine è il filo rosso che mi ha guidato dalla recitazione alla scultura, dalla scrittura all’illustrazione… Percorsi apparentemente non assimilabili, nei quali a volte mi sono avventurato con l’incoscienza un po’ naïf che credo garantisca per l’onestà della mia esperienza artistica. Come fossi un grosso Bianconiglio trafelato, in corsa per le vie del suo Paese delle Meraviglie, con l’ansia di non aver tempo sufficiente a percorrerlo per intero.

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Ebbene, dunque, sono un narratore! Ma cosa racconto?

Innanzitutto me stesso.
Ho fatto pace con questa certezza che a lungo ho temuto manifestasse una leggera ipertrofia dell’ego, quando mi sono reso conto che ogni artista parla in fondo di quello che conosce, e che c’è modo e modo di raccontar se stessi: si può farlo anche con la volontà precisa di incontrare, sul piano dell’umano, quanti ci ascoltano, per riconoscersi, farsi da specchio, innamorarsi di quello che siamo e incoraggiarsi reciprocamente a migliorarci.

Dell’iniziale preoccupazione di essere sterilmente auto-referenziale, mi è rimasta la tendenza a parlare sorridendo, a servirmi dell’ironia, di una certa ingenuità di forma nel dire quel che dico, la tendenza a parlare come avrei potuto fare da bambino — del resto non sono mai stato più serio e consapevole di quando ero bambino.

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Per tutto quanto detto, il mio lavoro è sempre intimista, esprime sempre quello che sperimento, con molta sincerità, a patto che chi osserva voglia spingersi oltre il mio piacere di costruire maschere un po’ grottesche, personaggi “in costume” — vizio che in qualche modo devo essermi portato dietro dal teatro.

L’obiettivo di questo approccio diaristico sempre dissimulato è la produzione di “favole”. La fiaba, vero e proprio luogo di riflessione, unidimensionale, permeabile, pronta ad assorbire e mescolare le densità differenti del nostro essere, per Sé e per gli altri, è forse la forma di racconto più affascinante e completa, è la mia vera meta.

O almeno mi sembra. Sono un artista confuso. E mi piace pensare che questa sia la mia vera qualità.

3 Luglio 2014
Galleria Selective Art, Parigi

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gianlucaesposito.blogspot.it

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