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Del maiale (non si butta via niente)

con Nicola Alessandrini

Nel corso dei secoli, il maiale, da simbolo di fecondità e abbondanza, si trasforma in rappresentante per eccellenza del vizio e dell’arrivismo: In che modo si sacrifica per la tua ispirazione?

Per noi di provincia, il maiale è sostentamento principale. L’uccisione del maiale è un rito popolare: “del maiale non si butta via niente,” si dice. Come materia primordiale, come i pigmenti, la creta, le parole, i suoni, la carne di porco diventa base per costrutti alimentari umani, ammissione di caducità, nell’eterna consapevolezza che la storia dell’uomo si sorregge ineluttabilmente sulla violazione della vita altrui, sulla violenza. “Porco”, appelliamo la divinità per ridurla alla nostra mercé, per sacrificarla alla nostra umanità, non tanto per insultarla, quanto per ricondurla allo stato di nostra costruzione intellettuale. L’opera al Maam — che prima era una fabbrica di salumi industriali —, un ibrido morente fra porco e uomo, vuole essere un tributo al maiale, in un luogo in cui i maiali venivano trucidati per scopi puramente di lucro, senza poesia.

rifugi d'emergenza

È un mondo alla disperata ricerca dell’innocenza o che cerca di disfarsene in ogni modo?

È un mondo che sbaglia con grande ingenuità. Un mondo che si crede più grande, adulto e maturo, di quanto in realtà sia, in cui l’innocenza è retaggio del passato da eliminare e, una volta persa, è qualcosa la cui assenza fa male.

Alcuni cenni sulla tua tecnica:

Dipende dal lavoro che vado ad affrontare. Da qualche anno lavoro principalmente su disegni di piccolo formato, matita pura su carta, a volte completo con collage di più disegni o superfici che sporco, strappo, ritaglio… tecnica comodissima per produrre di nascosto dall’ufficio in cui lavoro!
Le opere di più grande formato solitamente sono dipinte con classicissima tecnica ad olio, basi molto gestuali, e particolari rifiniti con velature quasi maniacali. Su muro vado invece con smalti all’acqua opachi o acrilici, tutto dato rigorosamente a pennello.

Quanto ha a che fare la follia con l’intuizione artistica?

Non saprei, ma credo poco. Forse ha a che fare più con l’ingenuità o la disinibizione.

Del Maiale Trittico

Che importanza ha assunto la provocazione, oggi? Credi sia davvero l’unico modo per dare visibilità al proprio messaggio?

Sinceramente, non mi interessa molto la provocazione artistica come veicolo di messaggi artistici, l’ho sempre vista come una sorta di atteggiamento di superiorità di artista-persona “illuminata”, nei confronti di una società “inferiore” intellettualmente e spiritualmente, e questa cosa mi ha sempre dato enorme fastidio.
Pur non avendo un quadro generale così ampio della situazione artistica attuale, la mia impressione è che questa attitudine si stia altamente smorzando, che sia stata più espressione di un retaggio culturale di un periodo storico e artistico precedente a questo momento di forte crisi identitaria, sociale, economica, in cui sento e vedo più un bisogno degli artisti di creare cose belle, di ricostruire un tessuto immaginifico, un immaginario in cui riconoscersi. Quando c’è provocazione, è per “provocare” una reazione, una presa di coscienza politica e identitaria, non per provocare risentimento.

Riusciresti a vivere di sola arte?

In questo momento, no! Mi è molto difficile trovare committenze pagate, nonostante stia riscontrando negli ultimi mesi un picco di attenzioni nei confronti del mio lavoro, del tutto inaspettato. Probabilmente la colpa è mia, che non sono bravo a far soldi.

Siamo tutti alla ricerca della fama?

Tutti, non so. A me personalmente fa piacere essere riconosciuto e conosciuto per il lavoro che faccio, anche perché dentro c’è molto di me.

Nicola-Alessandrini-11

Una delle parole più in voga ai nostri giorni è “crisi”: come la rappresenteresti?

Infatti l’ho usata anche poco sopra: come una persona che si mangia le mani. Con gusto.

Uno dei ricordi di bimbo a cui resti più legato:

Ultimamente, penso spesso a una nottata in cui andai con mio padre e un suo amico a caccia di rane, negli stagni attorno Macerata. Ricordo la luce della torcia, quasi come l’occhio di bue di un teatro, il gracidare assordante e i cani lontani, le piante, l’acqua viva scura, le rane ipnotizzate, la biscia nera che l’amico di mio padre ha catturato e mi ha fatto arrotolare al braccio, la natura con cui mi sentivo in comunione. Ora mi fa molto più paura.

La colonna sonora più adatta alle tue opere:

In questo momento alternerei Kiss di Scout Niblett, Run to your mama dei Goat e Do you realize?? nella versione live dei Flaming Lips assieme a Edward Sharpe and The Magnetic Zeros.

Thanks

Ehi tu porco, levale le mani di dosso

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