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Dead Elvis

Con Steve Hellier (Death in Vegas)

Dirt

 

Il 1997 sembra rappresentare il picco assoluto di un periodo segnato dall’Elettronica e dall’Acid House. Tra le uscite dell’anno: Pop degli U2, Ultra dei Depeche Mode, Ok Computer dei Radiohead, Urban Hymns dei Verve, The Fat of the Land dei Prodigy, Dig your own hole dei Chemical Brothers, Homework dei Daft Punk, Vanishing Point dei Primal Scream, Homogenic di Björk e il vostro Dead Elvis, naturalmente. Il titolo dell’album degli Oasis appare come uno slogan ideale: Be here now. Un appuntamento da non mancare…

Credo che ogni “epoca” abbia il suo fascino. A ripensarci adesso sembra tutto così dorato, ma allora non è che si percepisse. È stato un momento interessante, dopo la prima ondata di Acid House e le innumerevoli reinvenzioni di musica dance che seguirono, come la Drum and Bass, ecc. Non credo che le case discografiche si siano davvero rese conto di cosa stesse accadendo. È stato anche l’ultimo periodo prima che Internet iniziasse a prendere piede e a cambiare le regole del gioco.

Come mai il tuo contributo ai Vegas si conclude con il primo album?

Richard e io avevamo idee molto diverse, anche durante la realizzazione dell’album. Ho passato tutto il tempo in studio a lavorare su arrangiamenti, suoni e testi, con altri musicisti, cercando di trovare i momenti giusti per campionare. I miei interessi spaziavano in diversi settori. Facevo musica già prima dei Death in Vegas, sin dall’adolescenza, quando ho comprato il mio primo synth (Korg MS10). Poi ho avuto una chitarra elettrica, ispirato tra gli altri dai Cocteau Twins. Provenivo da un percorso diverso rispetto a Richard (che a quel tempo era principalmente un dj).
Ho sempre apprezzato quello che i dj potevano portare al processo di creazione, avevo lavorato con qualcuno di loro facendo uscire vari dischi nei primi anni ’90, ma ci sono state anche delle frustrazioni. Alla fine qualcuno deve pur creare la musica, sedersi e parlarne non è sufficiente, le idee devono respirare e prendere forma, e io ho sempre voluto essere parte attiva di Dead Elvis.
Ho programmato tutti i sintetizzatori, tra cui un vecchio sistema 100 modulare (The Human League lo avevano usato nei loro primi due album, ero un loro fan), il primo album dei Vegas suona diverso per questo motivo.
In definitiva, per ragioni finanziari e familiari, non ho potuto impegnarmi pienamente nel secondo. Credo che Richard sentisse il bisogno di portare avanti il suo progetto, così ci siamo lasciati.

Pensi ci sia un motivo particolare se, nonostante il passare degli anni, le icone della musica siano più o meno le stesse?

Forse i media (culturali) potrebbero aiutare a ridefinire la cosa. Ma il business della musica ha investito molto in quelle icone. Tra gli anni ’80 e ’90 si è speso per la ristampa di vecchi cataloghi, convincendo la gente a comprarli su CD. Ci hanno tirato su un bel po’ di soldi, contribuendo, in ultima analisi, al punto in cui ci troviamo ora. Si sente il bisogno di qualche anti-icona. Tutti sembrano presi dall’autenticità del prodotto, come fosse la cosa più importante in questo momento: una forma di insicurezza culturale. Gruppi stadium, rock, folk… Andiamo.

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Dirt contiene estratti dal film Woodstock: tre giorni di pace e musica. Si tratta di una scelta nostalgica o c’è solo qualcosa di ironico?

Facendo musica in quei primi anni ’90, so bene come la gente reagisse all’ascolto delle registrazioni di folla sulle note. È un po’ come iniettare una sorta di urgenza in una stanza piena di persone che ballano. Così, quando ho sentito quel campione, ho pensato che sarebbe stato bello da usare. Voleva essere il nostro ritmo da grande evento, ma credo che io e Richard avessimo un’idea diversa per quella traccia. C’era stata tutta una tradizione nell’hip hop riguardo il campionamento di dischi Rock, l’intenzione era di seguire quella scia.

In che genere di mondo stiamo vivendo?

Molto diverso da quando ho iniziato, ma ancora pieno di opportunità incredibili. Credo che la rivoluzione nel fare musica negli anni ’90, in termini di campionatori a prezzi accessibili e camere da letto/studio (che ora sono la norma), oggi sta coinvolgendo anche il settore video, grazie alle fotocamere digitali. Davvero emozionante, mi piace vedere quello che la gente cattura coi propri telefoni. Il lato negativo di questa democratizzazione della produzione è l’enorme quantità di roba che si produce. Stiamo affogando in un mare di auto-paternità.

Pensi che i social networks siano una cosa buona o piuttosto una trappola per l’ispirazione?

Penso che a volte non siano del tutto sani, nel loro modo di amplificare diversi stati emotivi, sia buoni che cattivi. Ad esempio, può agevolare la comunicazione tra persone motivate da odio inutile. Guardando i miei figli crescere, la cosa mi preoccupa un po’. Il tutto dovrebbe bilanciarsi con della sana interazione personale.

Hellviss: di cosa si tratta?

In Dead Elvis ci sono una serie di musicisti che al tempo conoscevo, come Ian Button (chitarrista – suo il riff su Dirt!), con cui avevo suonato in precedenza nella sua motorcyclone band. Un altro era Andy Visser che avevo incontrato al Royal College quando studiava musica elettroacustica. Andy ha suonato il sax, il flauto, e anche un po’ di armonica per l’album. Siamo rimasti in contatto, e l’anno scorso abbiamo deciso di collaborare insieme per Hellviss. Si tratta anzitutto di un business. Lavoravo per il cinema, soprattutto per clienti commerciali, e Andy stava facendo lo stesso, così abbiamo deciso di unire i nostri talenti. Di recente ho realizzato musica per Mustapha Hulusi.

Qualche parola sulle tue esperienze italiane come dj:

Non ho suonato molto in Italia, ma ho una foto di una galleria di Roma per cui stavo per finire investito. A ogni modo, se mi prenoti e mi offri un posto per la notte, salto sul primo aereo e ti raggiungo.

Il ricordo più “underground” della tua infanzia:

Mio padre è un pittore e dava feste regolarmente durante la mia crescita, questo comportava il contatto con alcune persone molto interessanti e creative come Barry Guy, Paul Rutherford, Tony Coe e Manfred Mann. Ero troppo giovane per capire, ma la casa era colma di influenze e creatività. Un tipo simpatico, Fred Hellier.

“Finita la festa, Spiral Tribe non impacchettò tutto per tornarsene a Londra. Tutto era cambiato: adesso avevano uno scopo, una missione da compiere. Dovevano viaggiare, farlo ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni a settimana, vivere sulla strada: fare un bel cazzo di rumore” (da Stati di alterazione, di Matthew Collin). Dov’è finito il rumore dello Spiral Tribe?

Credo, in gran parte, nelle camera da letto/studio della gente. Poi su Youtube o Soundcloud.

Thanks

Dirt July

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