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Les variations de Paris

Con Manuele Fior

cover 1 Manuele vive a Parigi, laurea in Architettura a Venezia (2000), cinque anni a Berlino, è nato a Cesena nel 1975. Fumettista e illustratore, collabora con The New Yorker, Le Monde, Vanity Fair, Feltrinelli, Einaudi, La Repubblica, ecc.

Vivere a Parigi…

È una scelta consapevole, che viene spesso messa alla prova dalle mille contraddizioni che una città di questo tipo comporta. È una città orribile e incantevole, scontrosa per il più del tempo. Poi ogni tanto ti fa una carezza e ti sembra di avere un gran privilegio ad abitare proprio lì. Mi piace, almeno per il momento. Mi permette soprattutto di fare il mio lavoro, e questa è una delle qualità romantiche che ha conservato nel tempo: è ancora un miraggio per i bohémien che cercano fortuna nell’arte, la grande e la piccola. Parigi accoglie i suoi artisti, come dice Conte, li mette alla prova, ma li sa anche ricompensare.

Sei alle prese con un progetto in collaborazione con il Museo d’Orsay. Cosa spinge un artista a dedicarsi a periodi storici del passato, non c’è il tormento di risultare “poco attuali”?

Probabilmente il fatto che non sono attuale! Per me camminare nel D’Orsay corrisponde a quello che può essere per un nuotatore entrare in piscina. È il mio ambiente naturale, ci passo delle ore, un giorno mi troveranno addormentato nell’angolo di una sala, preferibilmente quella di Odilon Redon. Quando guardo i dipinti penso ai molti artisti presenti all’Orsay, che non erano riconosciuti come tali in vita, neanche loro attuali. Penso ai loro sforzi in solitudine, alla loro sofferenza, agli esaltamenti personali e momentanei, non sostenuti dal pubblico o dalla critica del tempo. Li sento molto vicini, mi sembra di capire i loro stati d’animo, questa è l’attualità che mi interessa.

C’è nel fumettista una sorta di rammarico nel pensare che qualcuno si dedicherà solo alle scritte nelle nuvolette, senza badare troppo ai particolari del disegno?

Nel mio caso, se non sono riuscito a ipnotizzare il lettore con il disegno, l’ho definitivamente perso. Ho paura che i miei testi, separati dai disegni che li pronunciano e dalle vignette che li cadenzano, appassiscano e perdano di significato. Non è tanto l’intreccio narrativo che m’interessa, quanto il momento preciso, l’emozione che si trasmette tra il leggere un balloon e guardare la faccia verso cui segna la freccetta, basta anche solo una vignetta, a volte.

Col tuo Mademoiselle Else hai affrontato il secolare problema dell’“essere o non essere” dal punto di vista di Schnitzler. L’impressione è che, ai nostri giorni, il non essere sia l’opzione ad averla spuntata in maniera definitiva…

Chi lo sa, è un testo di novant’anni fa che propone dei problemi che abbiamo indubbiamente ancora tra i piedi (molto attuale, come il D’Orsay). Nel mio ultimo fumetto L’Intervista ho immaginato una terza via, uno sbocco risolutivo pacifico in cui “essere” non significhi più autodistruggersi. Ma è un’invenzione fantascientifica. Noi siamo ancora come Else, ci muoviamo nella forbice del dilemma a scatti, sognanti, magari, di cosa avremmo potuto “essere”.
A me piace pensare comunque che “saremo”.

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Riesci a tenere separati gli obblighi della vita di tutti i giorni da quelli dell’arte, oppure non ne hai bisogno?

Non molto, lavorando in casa è normale che gli ambiti si confondano. Penso che vada bene così, non sono uno di quelli che hanno bisogno di “staccare”.

In che modo i “mi piace” influiscono sull’ispirazione e l’orgoglio di un artista?

Sull’ispirazione in nessun modo, per l’orgoglio fanno bene. Il mio lavoro è molto solitario, ci si confronta ogni tanto tra amici, ma un contatto anche distante con i lettori e chi apprezza il tuo lavoro dà coraggio, come il tifo a una squadra che gioca in casa.

Pensi che l’aumento del numero di persone che si dedicano all’arte corrisponda a un aumento di sensibilità nel mondo?

Sul serio c’è un aumento? Magari è soltanto che hanno più possibilità di rendere pubblici i propri lavori. Un aumento di sensibilità mondiale lo escluderei, ma dedicarsi all’arte mi sembra una cosa normale, per alcuni una necessità fisiologica. Per esempio sono contento di vedere che rispetto a vent’anni fa si vedano molte più persone che disegnano e che sono appassionate a questa disciplina così primitiva, discreta e raffinata. Mi fa sentire in buona compagnia.

L’impostazione fumettistica è sempre un po’ un’anticamera del cinema: come ti vedi dietro una macchina da presa?

Io non la penso così, per me il fumetto è il fumetto fine a se stesso, anche se dopo ne fanno un film. Dietro una camera da presa mi sa che farei pena, ma soprattutto non mi sentirei così libero come davanti a un foglio di carta.

Qualche parola sul tuo Spazio Topo:

È pensato per essere l’archivio dei miei disegni online, anche se ormai sui siti veri e propri non ci va quasi nessuno. Ma va bene lo stesso, chi ha voglia di ripescare un vecchio disegno che gli era piaciuto o vedere a che punto ero nel 2010 può rovistare in tranquillità, senza la smania di commentare. Il nome viene da una pagina del diario dei Peanuts che mi sembra aver visto da piccolo, chissà se è vero.

Il ricordo della tua infanzia a cui resti più legato:

Difficile, ne ho così tanti! Scelgo questo: la prima volta che ho scoperto che l’Uomo Ragno era rosso e blu è quando è arrivata in casa la prima televisione a colori. Poi mi ricordo mio papà ed io, lui ancora con la tuta da volo addosso, puntuali alle quattro e mezzo del pomeriggio su rai uno, quella schermata piena di stelle, e Actarus bellissimo che corre in mezzo, penso che sia cominciato tutto da lì.

Thanks

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