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Nightmare before photograph

con Nicolas Bruno


 

I sogni non vogliono farvi dormire,
al contrario, vogliono svegliare

René Magritte

 
Che significato hanno per te queste parole?

Sono parole che colpiscono il centro, non solo perché provenienti dalla mente di una mia grande fonte di ispirazione, ma anche per il fatto che si riallacciano con le mie esperienze nel campo dell’arte e, direttamente, alla mia sindrome di paralisi del sonno. Quest’ultima è parte della mia vita fin dall’età di 15 anni. Durante i miei sogni lucidi, ho vissuto allucinazioni agghiaccianti: figure stagliate e senza volto, abbracci provenienti da ombre a forma di mani, deformazione della realtà. Il tutto mentre il mio corpo era in balia di una stasi tra sonno e veglia. Lungo il mio sedicesimo anno di vita ho dovuto svolgere un enorme lavoro su questo disturbo, ma da allora sono poi riuscito a farvi fronte, trasformando le angosce notturne in ispirazione per la mia opera. Senza la cognizione dei miei incubi, il mio approccio all’arte non sarebbe stato lo stesso.

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Credi che l’“abilità” di un sognatore sia in una particolare dote immaginaria o semplicemente nella sua capacità di ricordare i sogni?

Se si riuscisse ad abbinare entrambe le facoltà, sarebbe una gran cosa. Alcuni sono in grado di ricordare i propri sogni nel tempo, altri vivono brillanti fantasie con la testa sul cuscino, per poi dimenticarle in un istante. Ma per creare qualcosa dai tuoi sogni è necessario afferrare il lato surreale di quei momenti e buttarlo giù su un pezzo di carta, attraverso gli annodamenti di una mano.

Quanto ha a che fare la follia, con l’illuminazione di un artista?

La follia è una forza trainante. A volte è necessario abbandonare la mente ad essa, sia con carta e penna, che parlando ad alta voce, o anche costruendo e distruggendo un’opera. Ho abusato del mio cervello per concettualizzare alcune idee che semplicemente non erano pronte a vedere la luce.

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Qualcuno dice che i sogni sono desideri. Guardando i tuoi soggetti, quali desideri si evincono?

Non considererei i soggetti dei miei sogni come desideri, né pregherei mai un estraneo di stare ai piedi del mio letto. Preferisco elaborare tutto con interpretazioni letterarie e figurative degli scenari che ho vissuto nel regno del sonno, così da soddisfare i miei desideri in modo diverso.

Come organizzi i tuoi set, quali sono i mezzi a disposizione?

Mi capita spesso di dover gestire sei o sette idee alla volta, prima di azzardarmi a scattare un’immagine che si avvicini alla mia visione del soggetto, della location e del metodo di esecuzione. La fotografia mi è costata un lungo percorso di auto-insegnamento per poter creare anche con altri mezzi: non è difficile trovarmi nel mio negozio ad armeggiare con oggetti e materiali diversi, oppure su una macchina da cucire, alle prese con un cappotto o un mantello. Dopo aver ottenuto dai miei schizzi una base per l’immagine, individuo l’impostazione da assegnare ad essa, raccolgo i miei oggetti di scena, i costumi, l’attrezzatura fotografica e, infine, mi incammino verso la mia location.

Il processo creativo inizia generalmente con la pianificazione della profondità, ma già in questa fase la ripresa inizia a convergere verso un po’ di sporadica sperimentazione. L’impostazione è spesso il catalizzatore del cambiamento tra l’idea di partenza e il risultato finale. Una location può anche variare a causa di condizioni meteorologiche, di inaspettate alterazioni dovute alla natura o all’uomo — in particolare, edifici abbandonati —, per cui a conti fatti cerco di affidarmi semmai a un piano generalizzato così da non dover dipendere troppo da dettagli specifici.

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Uno dei set che ti è rimasto più impresso:

Si tratta della mia opera intitolata Sorgere. È quella che su tutte ha meglio rappresentato il mio disturbo, riunendo l’esperienza dell’essere bloccato con quella del liberarsi. L’atto di salire affannosamente la scala risucchiata dall’acqua, nella speranza di raggiungere la superficie, ritrae l’immane sforzo che caratterizza ogni mio sogno. Lo scatto di questa fotografia è stato di per sé un’imprevista performance artistica. Una volta entrato in acqua con la scaletta, mi sono subito reso conto di quanto melmoso e grottesco fosse il fondale. Da lì ho cominciato a lottare per non affondare, sotto il peso dei miei abiti fradici e della scala non proprio così fluttuante. Ogni calcio assestato per spingermi verso la superficie si è rivelato inutile, continuavo a sprofondare nel torbido pavimento dello stagno. La quantità di stress fisico, più l’ansia di rimanere a galla abbastanza a lungo per portare a termine la foto e tornare a riva, è stato nulla a confronto di tutte le sofferenze patite durante e dopo il risveglio dalle mie paralisi.

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Chi sono i tuoi modelli?

Il più delle volte sono modello di me stesso, ricorrendo a un telecomando di scatto remoto. Altrimenti posso anche contare sui miei amici o sulla mia famiglia. Mi sostengono in ogni strano scenario che cerco di realizzare. Sono molto fortunato ad averli.

Credi che basti una buona macchina fotografica per fare buone foto?

Falso. La cosa più importante da ricordare è che il prezzo e la quantità di attrezzi a disposizione non farà un fotografo migliore. Più probabile che si creino opere d’arte con la propria reflex e una o due lenti. Lavorare con il minimo fa in modo che il tuo mestiere si affini al punto da poterti permettere di ignorare la necessità di lenti esuberanti e apparecchi di illuminazione.

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Il social network: una buona cosa o una trappola per l’ispirazione?

Credo che il social network possa essere utilizzato come strumento impeccabile per condividere la propria visione del mondo. L’unico rischio è nella trappola della ripetizione, specie per i fotografi in erba, che finiscono col rispecchiarsi sempre nello stesso genere di immagini. Meglio allontanarsi dal computer in cerca dell’ispirazione.

Che tipo di epoca stiamo vivendo?

Viviamo in un mondo che va molto veloce, pieno di distrazioni e schermi lampeggianti. Stiamo dimenticando la necessità di rallentare e osservare l’ambiente che ci circonda. È diventato fin troppo facile catturare immagini. In passato gli artisti lavoravano anche un intero decennio su un’opera d’arte, è questo ciò che la nostra dimensione artistica ha dimenticato, soprattutto nella fotografia. Il costante ciclo di produzione comincia a deteriorarsi, così come ogni gratificazione, nel momento in cui un’opera è pronta per essere consegnata al mondo.

La colonna sonora più adatta alle tue visioni:

Una raccolta di composizioni classiche del 19° secolo, arroventata su di una fucina, poi martellata e, infine, rimodellata con strati di folk e rumore bianco.

Thanks

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www.nicolasbrunophotography.com