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The trouble with angels

con Ray Caesar

 

A furia di parlare con la sua agente e scegliere le opere da inserire nell’articolo, ogni viziosa fanciulla che prende forma nelle ambientazioni fatate di Ray Caesar diviene mia amante. È notte fonda, l’ideale per trovare ogni ispirazione o curiosità intorno a quei soggetti, intuire le sensibilità intrappolate in un sortilegio…

Qual è “il problema con gli angeli”?

Ognuno di noi ha demoni e angeli interiori, e talvolta trascinarseli entrambi dietro può essere problematico. Di recente ho scoperto di aver bisogno del mio demone interiore per sopravvivere. La vita può rivelarsi molto dura e difficoltosa nel tentativo di viverla in maniera angelica. Considero le figure delle mie opere come una sorta di simbolo di purezza e virtù, ma per qualche motivo un loro aspetto contaminato e malizioso si insinua senza che io lo voglia. Forse la crescita spirituale è accettare quel lato oscuro e concepirlo come un’energia positiva.

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Che epoca stiamo vivendo?

È sicuramente un’epoca interessante. Forse è l’inizio della fine dei tempi. Stiamo distruggendo il nostro pianeta, inquinando la nostra aria, l’acqua e la terra. Stiamo dissacrando tutte le altre specie che vivono con noi su questo piccolo mondo.

La tua definizione di Pop Surrealism:

Credo sia solo un modo descrittivo di unire un gruppo di artisti in un contesto definibile. Spesso questi nomi hanno meno a che fare con i singoli artisti e molto più col loro inserimento in un genere. Personalmente non credo che il mio lavoro sia così “pop” in termini di “cultura popolare”, ma in esso compaiono occasionalmente alcuni elementi surrealisti. Non mi è mai interessato identificarmi con un genere d’arte specifico, vista la mia claustrofobia per questi aspetti. Preferisco la libertà di fare ciò che amo per una mia personale definizione. Non ho alcun interesse che le cose che faccio siano definite da una serie di criteri decisi da qualcun altro.

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I modi di violare l’innocenza (nell’arte) sono destinati a negarla o a metterla in guardia?

Non credo che nella mia opera vi sia un’impronta sociale così forte, o che essa sia del tutto assente. Così come non penso di violare l’innocenza con alcuni sottili riferimenti. Essi hanno molto più a che fare con la mia vita e il mio rapporto, conscio e subconscio, legato ai ricordi. Ho perso la mia innocenza molto in fretta, probabilmente prima che fossi in grado di ricordare, per cui a conti fatti il mio lavoro è una caccia per riguadagnare alcune fasi di quella innocenza. In realtà non è mai andata persa, ma piuttosto sepolta in profondità. Il mio lavoro è una esplorazione della parte più remota del mio subconscio, e i quadri che realizzo sono una finestra su quel mondo fatto di scoperte personali.

Quanto del tuo lavoro ha a che fare con la provocazione?

La uso come un ingrediente, ma in dosi molto piccole. Io uso molti ingredienti. Si tratta di un sottile equilibrio di elementi provocatori, accattivanti e seducenti; di utilizzare una cosa e il suo contrario per poter creare un contrasto interessante e armonioso. Basta appena un pizzico di putridume, in un profumo, per evocare una sottile fragranza di natura ben diversa.

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Qualcuno dice che la tua arte è un modo per riflettere le tue ansie e le tue fobie: ti va di parlarne?

Che è come dire che il vino è solo uva acerba e acqua. Tutto è in ciò che si vede, ed è proprio come degustare vino o creare un profumo. Vi sono sfumature che non tutti possono percepire a un primo assaggio. A volte si deve annusare un’opera e permettere al suo odore di avvolgersi alla propria pelle o alla propria mente. A proposito della mia, essa è più un riflesso del subconscio, della memoria e del passato, degli eventi crudeli e di quelli più gentili, di esperienze orribili e meravigliose. Io solo so quanta fatica impiego nell’aggiungere alle mie opere piccoli sottili ingredienti che spesso possono sfuggire a una prima visione. Lo spettatore porta con sé anche un sacco di ansie, fobie e molte altre cose, nella visione di un pezzo. Il mio sforzo è quello di far “sentire” qualcosa allo spettatore, permettergli di ricevere dall’opera una risposta emotiva. Qualsiasi essa sia, poi, ha più a che fare con loro che con me.

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Credi che il potere di un genitore possa influenzare la sensibilità di un bambino in modo permanente, o c’è sempre un modo per sfuggire?

Venendo da un’infanzia molto difficile, dovrei dire “no”. Nessun effetto del passato può essere modificato consentendo poi a un bambino di vivere con un atteggiamento positivo. Tutto ciò che ci succede è scolpito nella pietra, tuttavia potrebbe anche cambiare, visto che, così come accade per la nostra mente, il passato è in continuo movimento, ed è molto plastico e creativo, specie nei bambini. Ogni storia genetica e ogni ambiente sono solo alcune parti del nostro modo di rapportarci alla vita. Ho modificato il mio modo di reagire al passato attraverso l’arte, prendendo brutti ricordi, altri meravigliosi o più complessi, e mescolandoli in una dimensione creativa scelta da me. Questo processo consente alle parti più remote del mio subconscio di esprimersi in immagini, creando una personale via di comunicazione. Evolvendo me stesso, sono in grado di creare nuovi percorsi e aprire nuove porte verso un futuro pieno di possibilità e meraviglia.

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Qual è il momento preciso in cui ci si rende conto di essere un artista?

Michelangelo ha parlato della scultura già esistente all’interno della pietra… Credo ci sia un artista in ognuno di noi, non serve essere “bravi”, ciò che conta è dedicarsi con impegno alle sculture delle nostre vite. Siamo tutti dotati di sentimenti ed emozioni, gli ingredienti essenziali dell’arte. Lo sforzo creativo è un viaggio personale, ed è un diritto che spetta a tutti.

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Pensi che l’aumento del numero di persone che si dedicano all’arte corrisponda a un aumento della sensibilità nel mondo?

Spero di sì. Trovo sia un pensiero positivo e meraviglioso. Io non credo molto che l’arte corrisponda a un lato sensibile e delicato della psiche umana, anche se è in grado di esprimere in modo violento e impegnativo alcuni elementi che riguardano noi stessi. Credo che più esploriamo le nostre reazioni emotive all’arte, piuttosto che quelle concettuali o intellettuali, più sensibili siamo verso tutto ciò che ci circonda. L’arte ha la possibilità di esprimere pienamente le nostre passioni e le reazioni emotive a un mondo molto complesso. Se abbiamo la possibilità di riconoscere chi e cosa siamo come individui e come specie, allora credo ci sia speranza.

Sei stato all’inaugurazione della tua mostra alla Dorothy Circus Gallery di Roma (15 Febbraio/6 Aprile). Le tue impressioni “artistiche” su questa città e la sua gente:

Amo Roma e amo l’Italia. Mi ricordo che ero in taxi e l’autista gridava a uno che gli aveva tagliato la strada. Il marasma ha coinvolto anche un conducente di autobus, ma l’unica cosa che ho notato è che tutti avevano un sorriso in volto, in qualche modo si stavano semplicemente divertendo. Amo davvero la città di Roma, è l’unico posto che abbia mai visitato in cui mi sono sentito subito a casa e in cui ho sentito la gente: tutti erano come una famiglia. Mi piacerebbe molto fare progetti per vivere lì, credo sia molto probabile in un prossimo futuro. Sarebbe un posto meraviglioso per fare il mio lavoro.

Thanks

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www.raycaesar.com
www.galleryhouse.ca