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Ho vinto l’oscar

La grande bellezza

oscar “Io non volevo…” Che a farmi degno dei miei primi riconoscimenti familiari, alla fine fosse proprio questo film: uno degli episodi più eclatanti di quanto il sistema tornaconto possa abusare del caos delle proprie genti — destinate a fruire di ogni cosa sotto forma di prodotto — pur di muovere i fili dell’ordinaria spéculation. Non fosse stata la tv a comandarle la prima visione assoluta del “capolavoro”, ma il figlio dei film “strani”, la mami non ci avrebbe speso più di un quarto d’ora prima di ritirarsi in camera sbuffando e bofonchiando alla sua maniera. Già dalle prime scene afferma “Questo film non è di Sorrentino, è di David”, “È un complimento, ma’?”, “E certo!”, “Ma a te non piacciono ‘sti film però”, “No”. Ma stavolta, nella consueta frecciatina amorosa si cela un bel complimentone. Il Sorrentino ha vinto l’oscar, e la mami, a differenza del figlio strano, non è il tipo da mettere in dubbio il prestigio di un tale premio “ammerecano”. Per uno che ormai non si ritrova che a parlare di film teneramente sbagliati e metri di riconoscimento piuttosto immorali, chiaro che le parole di sua madre suonino anche un po’ offensive, ma la tv, in collaborazione con gli Stati Uniti del mondo, decide che quelle sono parole da oscar. E per cui può anche andar bene così, come lo stesso Sorrentino a bordo della nuova 500.
All’ennesimo trailer pubblicitario mio fratello mi chiede se il film l’ho già visto: “Più di una volta”, “E t’è piaciuto?”, “Non proprio”, “Com’è, e te lo vedi più di una volta?”, “Eh, ma mi è anche piaciuto”.

la colita

Ci sono casi — molto frequenti in luoghi dove il livello di autostima sbaraglia quello culturale — in cui non è che puoi spiegare nei dettagli un argomento così delicato. Non è che puoi dire: “Un po’ infantile il modo in cui costui cita Fellini, un po’ ingenuo come fa e disfa trama e personaggi, imbarazzante la scelta e la guida degli attori — tutti così tesi per via che stanno ‘facendo Fellini’ —, piuttosto tronfiona l’interpretazione di zio Servillo — non vi fosse il ricordo del barone Zazà di Totò ad attutirla — e per cui incomprensibile il riguardo nei suoi confronti da parte dei personaggi che gli girano attorno, etcì etcì, però si avverte e diverte una certa sensibilità musicale!” Nossignore, non puoi metterla così senza cadere nell’immediato sospetto che tu ti stia sparando pose in cinerama, per cui meglio buttarsi su parole più opportune. Anche se poi mica è detto che vadano a segno, anzi, facile che da tuo fratello ti becchi pure un “vabbè, mo’ dici ch’è bello perché ha vinto l’oscar”. E infatti va proprio così.

La storia intanto è che l’apatia culturale non riguarda più solo un livello medio “fraterno”: m’ipoteco il sangue se gli unici ad aver visto questo film, senza alcun sacrificio, o leggerezza, o pretesa intellettuale, non siano gli stessi che ne hanno apprezzato lo sforzo più di chiunque altro.
All’amico di sempre ho suggerito che, almeno quanto le mie stranezze, “questo film non esiste”, perché “…il pubblico di canale 5 sbufferà o si vanterà senza ragione di capirlo, mentre chi l’ha già visto resterà di nuovo perplesso, non tanto dei suoi limiti, quanto del fatto che se ne parli ancora”. Alla fine, nonostante la mia statuetta, l’ultima risposta alla domanda di zio Arturo: “Allora questo film si può vede’?” non può che essere “Zi’, chi lo doveva vede’ se l’è già visto”. M’ha benedetto e si è chiuso in bagno.
Mi godo la statuetta.
Grazie mamma!

Toni