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Ambulance

insonnia 1

Mi giro e mi rivolto tra le lenzuola, a mo’ di fettina: non m’è riuscito di chiudere un occhio. E la notte è ancora lì. In testa passano senza interruzioni le note dell’inno americano alla Hendrix. Ripenso a Jimi, a come l’ho mollato in quella villa battendomela come un cane, è un po’ che non riesco a darmi pace. Su due piedi m’è sembrata l’unica cosa buona da fare, ma al momento non ne sono più così certo. Poi il pensiero si dilegua, risucchiato dai rumori di un’ambulanza che sfreccia sullo stradone deserto, a sirene spiegate. Il fragore è assordante. A volte, dei semplici oggetti divengono vere e proprie armi nelle mani di certi membri della comunità. Per istinto afferro il cuscino e me lo avvolgo intorno alle orecchie, ma l’ambulanza, manco a dirlo, inizia a rallentare proprio nei pressi del mio palazzo. Alla fine parcheggia. E nessuno bada alla sirena. La voglia di riempire un intero bacile d’acqua per vuotarlo sulle capocce di quei balordi lì sotto s’impossessa di me. Faccio per balzare dal letto a seguire quell’istinto, ma dopo ricordo che anche mettendocela tutta non troverei niente del genere per casa. Mai avuto un bacile. Afferro la prima cosa che mi capita sotto mano, una bottiglia di cerveza. La finestra è spalancata, prendo un minimo di mira e scaravento la cerveza di sotto, ascolto:
“Pezzo di stronzo, metti fuori il becco se hai le palle, pippone!”
Resto di sasso, quella voce non mi è nuova, solo che l’ululato della sirena non mi dà modo di concentrarmi. Poi in qualche modo realizzo, al che mi precipito alla finestra e m’affaccio.
“Come, Jimi?”
“Volevi ciaccarmi? Proprio tu?”
“No, figurati, che vai pensando…”
“Andiamo, scendi che dobbiamo andare in un posto.”
“Sì, certo, arrivo.”
In due minuti secchi sono giù da lui, deciso a spiegarmi, a parlargli di tutte le cose pensate cuocendomi nel letto. Ma la gioia di rivederlo, più il fracasso della sirena, mi confondono, perdo il filo, e il discorso va tutto a farsi benedire. Del resto Jimi non sembra molto intenzionato a sentire le mie ragioni. Mi lascia avvicinare squadrandomi come un pezzente qualunque. Giunto a un passo da lui mi fa: “C’è da portare su il cane.”
“Il cane?”
Jimi fa scorrere il fianco dell’ambulanza e mi fa un cenno con la testa. Dentro, l’alano è in estasi, s’inginocchia in un angolo tra barella e pavimento.
“Com’è che te lo sei portato appresso?”
“Ci capisce di musica, può tornarci utile.”
“Ah.”
“Fattela prendere bene, penso io a camparlo. Tu fammi solo strada.”

Inseguimento

Si carica il bestio in spalla e se lo trascina dietro fino al mio appartamento. Gli do una mano a sistemarlo sulla poltroncina all’ingresso, poi di nuovo giù, di corsa. Nemmeno il tempo di riprendere fiato che Jimi rilancia:
“Dove hai messo il furgone?”
“In garage.”
“Dai, fila a prenderlo, t’aspetto qui.”
“Sì, certo, mi sbrigo.”
Tira fuori un rollino di carta dalla tasca e gli dà fuoco. Io intanto filo, come d’accordo, per tornare di nuovo in strada spedito, con furgone e tanto di sgommata da drittone. Lui mi lancia un’occhiata sprezzante mentre accosto al marciapiede, poi spalanca la mia portiera e mi fa segno di scendere. Obbedisco e mi pianto a terra ad attendere ordini. Jimi prende il mio posto e un attimo prima di sbattermi lo sportello in faccia fa: “Seguimi. Con l’ambulanza. E vedi di starmi dietro.”
“Ma, pure la sirena? Forse è meglio… Ok, resta accesa.”
“Fa’ presto.”
“Ah, un’ultima cosa, Jimi. Ci pensavo prima, così. La mia chitarra?”
“Quale chitarra?”
Realizzo di non avere più una chitarra -o qualcosa di simile-, e non aggiungo altro. M’infilo nell’ambulanza e parto dietro Hendrix. Non avrei mai pensato di trovarmi un giorno alla guida di un affare del genere. Sarò proprio io adesso quello che semina in giro scompiglio e caos, lo devo solo a lui. Non mi riesce di afferrare le sue intenzioni, non capisco per quale ragione continui a spingere sull’acceleratore, pretendendo che io gli stia dietro con tanto di sirena a palla. Poi, a un certo punto mi pare di intuire le sue intenzioni. Jimi accosta di fianco a un guardrail, scende e va verso il portello posteriore, lo spalanca, abbranca una chitarra e la collega all’impianto del furgone. Torna al suo posto e inizia ad accordare lo strumento e, intanto che lo fa, rimette in moto e parte. Continuo a stargli dietro, lo guardo addentare le corde, tenere con una mano il volante, con l’altra il manico della Fender. Jimi se ne fotte dei semafori, degli incroci pericolosi, è la corsa più arrischiata che abbia mai vissuto. Superiamo campagne, periferie e centri abitati, le note vengono fuori dal suo abitacolo fondendosi al fedele sottofondo di sirena. Scorgo le facce della gente lungo il percorso, qualcuna sbigottita, qualcun’altra presa meglio, gruppi di ragazzi esultano e applaudono alla nostra performance. Tutto fila liscio, finché all’orizzonte non si stagliano le inconfondibili forme di un posto di blocco: berretti, palette, ecc.

cammina

Hendrix seguita a fottersene anche di queste, non accenna a rallentare, io mi preparo all’inevitabile. Fermeranno certamente lui, penso, dato che alle ambulanze non ci bada mai nessuno, le sirene non conoscono ostacoli, è risaputo, specie quando si tratta di eludere traffico e ingorghi vari. Prendo a programmarmi le reazioni più opportune, ad anticipare nella mia mente i comportamenti idonei da adottare una volta stangati, quale sarà la scelta più saggia. Non vengo a capo di nulla. Scagliati oltre i cento orari su una provinciale immersa nelle tenebre, con sirena in testa e Jimi che azzanna corde oltre il parabrezza, non posso che affidarmi al destino. La pattuglia s’inquieta, si mostra indecisa sul da farsi. Uno dei tizi in divisa catarifrangente avanza timidamente sulla carreggiata, sgrana gli occhi, giunge finalmente a una conclusione: Jimi passa, la paletta è per me! Ho meno di uno sputo di istante per valutare anch’io il da farsi, la risposta viene da sola. Mi dico “Cacchio, l’ho seguito fin qui, lo seguirò ancora”. Il tizio si fa da parte, si butta a terra, e infine, come visto al cinema, si fionda in una delle macchine ferme nella piazzola e ci dà dentro anche lui di sirena. Si tratta di inseguimento. Inizio a farmela sotto sul serio, ma ancora una volta quell’uomo lì sembra avere le idee chiare riguardo la situazione. Appena svoltata una curva mette freccia e si butta per un selciato nascosto dagli alberi, poi spegne motore, luci e amplificatori e mi fa segno di superarlo. Di colpo me lo ritrovo dentro a regolare il volume della sirena fino a zittirla del tutto. Tiene d’occhio il passaggio della polizia sulla strada e riprende ad alzare e abbassare la sirena. Alla fine ci dà un taglio, fa “Buono così”, e s’avvia verso il furgone. Appresso a lui scendo anch’io. Jimi dà un’ultima sistemata all’impianto, ripone la chitarra al suo posto e s’accende quel che resta del rollino di prima. L’alba si espande lungo la vallata, lui si ferma sul ciglio ad ammirarla soddisfatto.
“Scusa, Jimi, mi spieghi il senso di tutto questo?”
“Volevo fare un pezzo nuovo e buttarci dentro una sirena.”
“Ah, un fatto d’ispirazione, quindi.”
“Già, una delle più grosse vacche che puoi trovare in giro. Non vuole certo che te ne stai buono buono a casa ad aspettarla. Vuole che vai a prendertela, che rischi la vita per lei. E più rischi, più lei ti si concede. L’ispirazione è vita, amico mio. Devi inseguirla, non c’è altro modo.”
“Più che inseguire l’ispirazione, s’è inseguita la morte stasera.”
Sorride, butta via la cicca e mi fa: “Andiamo, hai ancora tanto da imparare.”

poltrona 1

Testo // Copyright © 2011 by David Capone
Disegni // Copyright © 2012 by Valeria Prosperi