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Jennifer Gentle

Con Marco Fasolo

Photo K Gallannaugh

“That cat’s something I can’t explain”: qual è il segreto per risultare (a detta di qualcuno) “una delle più bizzarre rock bands italiane”?

Non ne ho la più pallida idea. Ho sempre e solo cercato di fare quello che avevo in testa, nel modo che trovavo più soddisfacente. C’è anche da dire che passare per “bizzarri” in Italia non è forse così difficile.

“Diamante pazzo, malato mentale, vittima dell’LSD”… Chi era Syd Barrett?

Un grande musicista e un’anima sofferente.

Anni fa siamo andati a bussare alla sua porta, provato a parlargli, per poi ritrovarci di fronte a una scena ben nota: la porta sta per richiudersi ma stavolta Barrett diventa di colpo più affabile alla vista dei pennelli che abbiamo portato per lui… Credi si possa (o si debba) tener separata la dimensione creativa da quella “di tutti i giorni” per restare nel mondo?

Per me fare musica vuol dire cercare di trasformare in suono le immagini e le sensazioni che ho in testa. In questo senso credo vi sia una continuità immediata tra vita vissuta e realizzazione artistica, nel senso che ciò che faccio come musicista è, volente o nolente, direttamente influenzato dalle cose che mi accadono tutti i giorni. C’è poi la dimensione prosaica, anche un po’ soffocante del quotidiano, da cui bisogna imparare a difendersi e con cui è necessario imparare a convivere e misurarsi.

È più la nostalgia di eventi come la Summer of Love o la consapevolezza dell’illusione che li ha generati?

Non ho nessuna nostalgia particolare per gli anni Sessanta e devo dire che, più che per la Summer of Love o il flower power, al massimo provo una fascinazione un po’ orrida per Altamont e Charles Manson. Credo sia stato un periodo frenetico, folle, senz’altro nutrito di illusioni anche distruttive. Personalmente mi sento più vicino all’immaginario degli anni Cinquanta, con tutta la sua oscurità appena dissimulata da un ottimismo di superficie. Dal punto di vista musicale, poi, mi sembra che gli anni Cinquanta siano incredibilmente sottovalutati: e non parlo solo del rock’n’roll, ma anche di forme musicali come il doo wop, il country e il primo rhythm and blues. Brani come Lonesome Town di Ricky Nelson, Dream lover di Bobby Darin o Lonely weekends di Charlie Rich, sia dal punto di vista compositivo che da quello produttivo, sono incredibilmente efficaci. E poi i cantanti erano davvero degli scapestrati, gente completamente fuori di testa. È un peccato che invece quell’epoca sia stata consegnata a un immaginario nostalgico alla American Graffiti che sa un po’ di muffa.

Swinging

I tre dischi più importanti della tua vita:

The rise and fall of Ziggy Stardust di David Bowie, la colonna sonora de L’Esorcista e Psychedelic Sounds dei 13th Floor Elevators. Ma tra cinque minuti potrebbero essere completamente diversi. Ci sono musicisti come John Frusciante, Syd Barrett o i Queen che sono stati la colonna sonora della mia adolescenza e che senz’altro hanno plasmato il mio gusto. Ricordo che mio padre aveva un 45 giri degli Aphrodite’s Child che da bambino avrò ascoltato un milione di volte, così come è stata incredibile la prima volta che ho sentito Telstar dei Tornados: mi si è spalancato davanti un mondo di suoni al tempo stesso alieni e completamente familiari.

Come band sotto contratto con la mitica Sub Pop americana, qual è il primo spassionato pensiero sui meccanismi della scena musicale nostrana?

Come Jennifer Gentle sin dall’inizio abbiamo avuto pochi rapporti con la scena musicale italiana. Ricordo che ancor prima di I Am You Are eravamo stati contattati da Homesleep, che aveva mostrato un certo interesse, ma preferimmo seguire la strada dell’autoproduzione, che ci garantiva un po’ più di libertà, e da lì approdammo direttamente a Sub Pop. Per il resto, mi sembra che per i gruppi agli esordi oggi la situazione sia molto più difficile rispetto a dieci anni fa, oltretutto in un paese come l’Italia che non è mai stato particolarmente ospitale con i gruppi rock. Ci sono molte ottime bands, quando invece l’interesse di pubblico e stampa si sta progressivamente riducendo. È un peccato, ci saranno sicuramente un sacco di spiegazioni sociologiche per questa cosa, io però la trovo soltanto triste.

Jennifer & Alberto

L’esperienza live con i fratelli Ferrari è piuttosto una paraculata (per catturare una fetta di pubblico italiano) o si tratta di vera e propria necessità (umana e/o artistica)?

I Verdena sono stati il primo gruppo italiano a mostrare un poco di interesse per noi, tanto è vero che ci invitarono ad aprire i loro concerti ancora nel 2003. Da allora ci siamo frequentati, è nata un’amicizia e, quando vi è stata la possibilità, Alberto e Luca hanno accettato di suonare con Liviano e me. È una cosa limitata ai concerti e continueremo fino a quando ne avremo voglia, senza nessuna pressione esterna. Sono poi molto grato ai Verdena anche per il grande aiuto che ci hanno dato nella realizzazione del disco delle Universal Daughters.

Come vi siete ritrovati in una realtà così cruda come quella del film Una vita tranquilla?

Conosco Claudio Cupellini praticamente sin dagli inizi, anzi la primissima registrazione dei JG è stata la colonna sonora di un cortometraggio da lui girato quando era ancora alla scuola di cinema. Quando Claudio ha avuto la possibilità di chiamarmi per incidere una canzone per Una vita tranquilla ho subito accettato con molto entusiasmo. È sempre stato un mio grande desiderio lavorare per il cinema e forse ci sarà in futuro la possibilità di farlo in modo più continuo.

Con il progetto benefico “Why hast Thou forsaken me?”, in uscita ad Aprile, sei riuscito a coinvolgere persone come Jarvis Cocker dei Pulp e Chris Robinson dei Black Crowes. Al di là del sostegno economico, cos’è che ai nostri giorni è ancora in grado di dare speranza “a una città”?

Questo disco per me è stata un’esperienza totale, faticosa, diversa da tutto quello che ho fatto in precedenza, e nella quale mi sono calato completamente. Innanzitutto è un lavoro che tra una cosa e l’altra si è protratto per un anno, durante il quale ho potuto contare sull’aiuto e la generosità di persone come Jean-Charles Carbone, Asso, i Verdena, Maurizio Boldrin e Alessio Gastaldello dei Mamuthones. Poi c’è stato il coinvolgimento dei cantanti stranieri: anche in questo caso si è trattato di una cosa bella e incredibile, poter lavorare con dei cantanti madrelingua è stata un’esperienza fantastica. Questo per dire che le Universal Daughters non sono un progetto estemporaneo, ma un’idea che è nata da esperienze personali importanti e che per me è in tutto e per tutto importante tanto quanto i Jennifer Gentle.
Aggiungo che abbiamo cercato di evitare il solito disco di beneficenza melenso e imbottito di speranze autoconsolatorie. Volevamo fare invece un album che avesse a che fare con la vita presa nel suo insieme, inclusi gli aspetti più dolorosi, più cupi, affrontati in quel modo semplice e profondo che è tipico della canzone popolare. Non ha a che fare con la speranza di “cavarsela”, ma con quella di essere sempre capaci di apprezzare la vita e le sue prove, qualunque cosa succeda.

I versi con cui ti piacerebbe concludere:

A-Wop-Bop A-Loo-Bop, A-Lop-Bam-Boom!

Thanks

Photo P Proserpio