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We sink

Piano emotivo di Sóley

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Come di consueto, una volta imbattuti in un album e piaciuto quello che esprime, si cerca a tutti i costi di montare l’intervista. L’intento è ancora una volta quello di condividere la nuova emozione attraverso le parole di chi l’ha provocata, in questo caso la signorina Sóley. Lì per lì la sua agente dice che non c’è alcun problema in proposito, che l’artista sarà ben lieta di rispondere alle nostre curiosità. Si procede a scrivere l’intervista, incoraggiati e raggianti come ogni volta dal responso positivo e dal fatto di poter dare un piccolo contributo a una causa ritenuta importante. Giungono poi i giorni del sollecito (giungono spesso), ed ecco che la signorina Sóley è sfortunatamente impegnata sia con la creazione di un nuovo studio che coi preparativi del suo tour negli States, ma ha comunque dato un’occhiata alle domande, le sono piaciute, per cui sarà sempre ben lieta di rispondere “as soon as possible”. Arrivano le foto e altre info da inserire nell’articolo ma intanto altri giorni passano e, per farla breve, l’ultimo messaggio della nostra simpatica agente è “mi dispiace ci sia stato un malinteso, ma come già spiegato in precedenza, non ci sarà alcuna intervista”.

La verità è che non si dovrebbe mai entrare in contatto con un artista, specie quando siamo folgorati o stiamo imparando ad apprezzare le sue cose. Non si dovrebbe, è un rischio troppo grosso per il rapporto che si è instaurato da entrambe le parti. Ed è allora che torna tristemente alla memoria il periodo delle ore trascorse piegati di fronte a un impianto stereo, coi cuffioni stretti al cervello, e il cuore in gola, semmai fantasticando, ripassando leggende, ma mai valutando che con una semplice mail puoi entrare in contatto col tipo che in quel momento te la sta suonando nei timpani. Solo per te, donando batticuori. Queste cose di internet hanno un po’ fottuto il senso. Tocca essere forti, restare seri, se si vuol continuare con l’arte. Per cui, senza alcun rancore, e in via del tutto eccezionale (visto che non sempre va a finire così), la voglia di scrivere parole intorno a questo album resta, anche se trattasi più che altro di cose personali. Ma il fatto è che le recensioni qui stanno sempre abbastanza sul culo, quindi, oltre a qualche impressione critica, un po’ di vita vissuta ci sta bene. Poi le note scelte per il momento, manco a dirlo, sono quelle di We sink.

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L’album di Sóley è un’esperienza devastante “sul piano emotivo”. Uno dei viaggi più struggenti che si possa intraprendere da un po’ di tempo a questa parte. Senza bisogno di conoscere la signorina, la sua passione per i gatti e il caffè, e ogni sua tenera abitudine dai tratti nerd, l’album è in grado di sollevarci intorno una tendina di nostalgie così spessa che verso la fine, con le due The sun is going down, anche il cuore più impavido non può che cedere alle trame di pianoforte e al vortice di voci sintetizzate che sembra provenire direttamente da un remoto passato, che ci appartiene (o magari, nei casi più spietati, da un ricordo così prossimo da mozzare il fiato). Già, è così, non è per l’intervista andata a puttane, no. In tutta coscienza, l’avremmo fatto comunque presente: prima di mettere su il disco occorre prepararsi, sia a livello emotivo che psicologico, è bene sapere a cosa si sta andando incontro. Non tutti sono amanti, experienced o, “dato il momento particolare”, in grado di permettersi un certo tipo di ascolto. Il disco è fortemente consigliato, certo, ma da qui a prendersi delle responsabilità ce ne passa.

Dai fiordi dell’isola islandese arriva una nuova ventata di atmosfere intime e affascinanti, che suonano subito familiari, già dal primo ascolto. Dopo l’avvento di gente come Björk e Sigur Rós le nostre orecchie possono dirsi ormai abituate a un certo tipo di sound, e a ciò che intende evocare. E l’inclinazione di Sóley sta proprio in questo, nel fatto che la sua voce sembri subito rivolgersi al nostro essere più profondo, come conoscendone ogni sfumatura da un pezzo (ma questo in fin dei conti è un po’ il presupposto di ogni opera d’arte). Resterebbe solo da stabilire di chi sia il merito, o la colpa, quali siano le ragioni. Fatto sta che le corde dell’animo sensibile sono toccate. Forse non è così importante chiedere all’artefice. We sink. Affondiamo.

soley by Inga Birgisdottir Video