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Glasgow

Qui è l'uccello che non volò mai

L’ultimo giorno all’ostello non è più così freddo. Ci sono le nuvole, dopo un po’ piove pure, ma c’è anche il sole. Boyd ha il suo piccolo shop sotto il ponte della stazione. Da qualche giorno propone il meglio possibile delle offerte sui dischi tra Glasgow e Edimburgo. La più sensazionale è senza dubbio quella di sei album a cinque pound, con materiale a scelta tra K dei Kula Shaker in cartoncino, Alone with Everybody di Richard Ashcroft, In It for the Money dei Supergrass, Be here now dei fratelli Gallagher, Surrender dei fratelli chimici, più altra roba così. Punto l’unghia sull’ultimo degli Stone Roses, mensolina all’ingresso, lui fa “Ah, sì, ora funziona così, ti rivedi dopo qualche secolo, tiri fuori il best definitivo e fai qualche data qua e là in memoria dei vecchi tempi. L’hanno fatto pure i Pavement due anni fa”. Ma io gli dico che “no”, non è esattamente quello che intendevo. In realtà mi riferivo al bollino del prezzo che segna ben undici pound, un numero che stona parecchio in mezzo a tutte quelle occasioni da cinque o poco più. Inoltre, se attraversi la strada, dopo l’angolo c’è Fopp che lo molla a otto. “Da qualche parte bisogna pur recuperare” dichiara Boyd, intanto che dirige Dona in magazzino passandole un foglio. Poi mi fa una faccia come a aggiungere “e allora levati a rompere l’anima da Fopp visto che ci vieni pure a far pubblicità”. Raccatto le mie cose, gli attrezzi e i miei sei album dal bancone, “see you” senza rancore a Boyd, e rigo dritto alla fermata del 38 per Easterhouse.

Dioniso Punk_Glasgow 06

Dona, la rivedo più tardi al Cathouse, zona est, giacché il suo uomo lavora lì e sa un sacco di cose su com’è andata nell’underground cittadino dal 1990 a oggi. Si chiama Duncan e va per la quarantina, a quanto ho capito dalle brevi frasi di Dona: “è il tuo uomo, puoi fidarti, eh… conosce Glasgow meglio di Boyd… meglio dei locali, meglio di tutti… con lui ti fai una cultura dell’underground di qui come niente… conosce gente come Glasvegas, Franz Ferdinand, ecc”. In realtà vorrei che Duncan mi parlasse della città, dei suoi edifici cadenti da film di Sergio Leone. Di tutti questi ragazzi in abiti punk, dei giovani in carrozzina all’ingresso della stazione. Vorrei che qualcuno mi accompagnasse nel sobborgo dove ho preso casa per un po’, che mi spiegasse gli usi e le faccende di Easterhouse, dei bambini che sbucano da ogni angolo di palazzina, delle bici abbandonate nei prati accanto ad altra roba. La vita qui non è semplice, lo cogli al volo appena messo giù piede. Le case sono vuote, per nulla curate. Dalle finestre, oggetti e peluches rimandano immagini di esistenze che si trascinano mute e senza gioia. Per fortuna, appena sceso dal bus mi prendo una pallonata di benvenuto che mi rimette di colpo sulla buona strada. Un moccioso si affaccia dalla gabbia di un calcetto e prende a corrermi incontro venendo giù dalla collina: è Cyril.

Resto immobile a osservare tutta la scena. Mentre attraversa la strada, il ragazzino ha una sorta di ghigno impresso in volto, lo sguardo fisso su di me. Finalmente mi raggiunge, tenendomi testa con la fronte e le sottilissime linee di ciglia corrugate. “Che fai qua? Non l’hai visto il pallone?” mi fa, indicando la sfera di cuoio ridotta a brandelli, lì accanto. “Sì, che l’ho visto”, gli rispondo, senza tradire alcuna emozione. Con la coda dell’occhio scorgo la piccola platea che assiste curiosa dalla rete del calcetto. Cyril sembra non saper bene come prendere quella reazione affatto scomposta. Si avvia lentamente verso il pallone, tirandosi su le braghe, senza mollare del tutto il mio sguardo. “Per stavolta va bene così, ma la prossima cerca di tirarcelo”. Do un’ultima occhiata al suo nome cucito sul maglioncino, poi il piccolo uomo si volta, come non fossi mai esistito, e torna da dov’è sbucato. Lascio via libera a un sorriso trattenuto per tutto il tempo e mi avvio anch’io, in cerca del mio appartamento.

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