News

Slum

di Akshay Mahajan

Il cluster di sedici edifici di Lallubhai Compound, in Mankhurd, si erge minaccioso, ogni edificio separato dall’altro da uno spazio in cui c’è posto per una sola auto. Domino in una massa infernale di cemento, solo quattro edifici hanno accesso alla luce diretta del sole, un solo lato ciascuno (GOOGLE MAPS). Ospitati in queste file di edifici sono gli abitanti degli slum provenienti da ogni parte di Mumbai.

Nessuno si muove verso il recinto di Lallubhai per propria scelta, la gente è costretta a spostarsi in nome della “riabilitazione dello slum”. Le loro case sono state abbattute dall’artiglio di un bulldozer. Tuttavia, una visita a Mankhurd ti insegna che a conti fatti la riabilitazione non ha molto significato qui. Tutto ciò che puoi trovare non è che una normalissima baraccopoli: una delle ramificazioni sociali di gran lunga più pericolose.

A quattro chilometri dalla stazione ferroviaria più vicina (anche se in prossimità di una delle discariche funzionanti di Mumbai, circondata da uno slum presumibilmente tre volte quello di Dharavi) il recinto di Lallubhai potrebbe essere un caso esemplare per uno studio sulla “ghettizzazione”. I poveri cittadini di Bombay sono stati spazzati sotto un tappeto dove nessuno li vedrà mai.

Gli edifici non hanno acqua corrente o servizi igienico-sanitari. La dodicenne Avani dal settimo piano tira l’acqua in piccoli contenitori di plastica che sono la sua unica fonte possibile.

Venti metri quadrati di celle senza finestre sono assegnate a ciascuna famiglia. Le famiglie, a volte composte da sei persone, le chiamano casa.

Quelli che vivevano nei pressi delle stazioni ferroviarie di Kurla, Chembur e Matunga, quelli che una volta avevano dimore lungo i marciapiedi della P.D’Mello famosa strada nei pressi della stazione VT, persone provenienti da Byculla, Dadar, Parel, sono tutte alloggiate qui. Allontanata dai luoghi di origine o di residenza, la disoccupazione aumenta presso il recinto di Lallubhai, sommandosi alla disperazione.

Un ragazzo di 15 anni, pavoneggiandosi davanti alla tenda, frusta le sue nocche lucide di olio di gomito. Il suo volto è acceso da una sfida adolescenziale che brilla ancor di più solo nelle sue passeggiate a cavallo. I venti metri quadrati al pian terreno del blocco C sono riempiti da sette videogiochi delle dimensioni di un armadio, ormai usurati e ricoperti di compensato rosso. Il ragazzo si è sfidato con una folla di coetanei, spingendo e tirando, in uno spettacolo di assertività. A coloro che non si muovevano ha gridato frasi rozze in Marathi che ogni volta si concludevano con bestemmie masticate e sputate, proprio come il gutka rosso che macchiava le pareti della stanza soffocante. L’unica luce in quel luogo senza finestre erano i riflessi al neon, tremolanti, degli schermi dei videogiochi. Insieme a questi, il suono confuso di musica rap, incidenti stradali, colpi di pistola, parolacce, e altro ancora. Il ragazzo si è avviato verso il joystick, prendendo il controllo del suo personaggio, con grande gioia. Il personaggio in 3D ha tirato fuori quello che mi è sembrato un Uzi e ha preso a sparare a un gruppo di persone, poi è passato a rubare una macchina, prima di allontanarsi, inseguito dalla polizia. Con una rupia hai 60 secondi di gioco: molte monete sono andate via incrementando violenza sullo schermo.

Quando gli ho chiesto se andava a scuola mi ha detto che qualche volta ci ha provato ma era distante, e non poteva frequentare perché il padre non aveva più un reddito fisso. Gli ho chiesto poi cosa avrebbe fatto una volta cresciuto. Mi ha indicato lo schermo, s’è messo a ridere e ha detto: “Boss, Don Banna itna ahsaan hai” (Diventare un Don è facile).