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Salta il tornello

Atac non ti pago

L’ultimo euro a disposizione. Devo solo decidere come spenderlo: pacco di pasta più zucchina al discount, biglietto per raggiungere l’Eur per colloquio come “commesso” (oggi li chiamano così quelli che dribbli sbuffando nei centri commerciali), o per evadere da questo luogo di sirene, clacson e odio palese. Una signora esce di corsa da un tabacchi, spinge via un passeggino e s’avventa su un grattaevinci come se quelli fossero gli ultimi suoi istanti di vita. Appresso a lei un’altra donna ne porta in salvo ben cinque, di grattini. Nessuno sembra farci più caso, ma qui si tratta di follia bella e buona.

Infilo l’euro nella macchinetta, la scritta mi fa che ne mancano ancora cinquanta. “Ma come?”. Una crepa mi si apre intorno ai piedi, il cuore ha un tonfo. Di colpo, tutta la mia speranza nella buona fede e nel giudizio altrui va a farsi benedire. “Questo non è più progresso”, mi dico, non si tratta più di stringere per la causa comune. Non lo è più da tempo, ma mi ero detto che forse anch’io stavo calcando un po’ la mano coi miei sospetti. E invece qui c’è che non torna sul serio. Qualcuno ha capito che tanto un lavoro non lo troverai mai, e se sei ancora qui è perché dietro di te ci sono ancora persone che possono pagare al posto tuo. Che possono aiutarti, prestarti, sollevarti. Che sei ancora spremibile, a patto però che te ne resti buono inchiodato nel tuo santo perimetro di edifici e supermarket. Tanto è chiaro che al cinquantone per un tavolo in pieno centro di sicuro non ci arriverai, per cui che bisogno avresti di prendere un autobus, una metro…

È chiaro che l’unico modo per sentirti un po’ autonomo, senza spendere soldi, sarà comprarti una bicicletta. Augurandoti che non salti fuori qualche nuova tassa su raggi e bulloni, di non invecchiare troppo in fretta perché allora non ti resterà che l’animale da compagnia, e la tassa sul quattro zampe.
Ma non va. Mi dico che non puoi soltanto pensarle, le cose, devi anche agire. Finirla di valutare pro e contro. Ci stiamo spremendo, questo è. Tutti quanti. Stiamo accelerando per la resa dei conti con noi stessi. Il capro espiatorio s’è dato alla macchia da un pezzo, la situazione è fin troppo chiara: è il momento di capire finalmente chi siamo e dove abbiamo intenzione di andare.

Mi stacco dalla macchinetta e filo dritto ai tornelli. Scavalco dall’altra parte che è più agevole, senza troppi sotterfugi. Ma ho dato nell’occhio. La gente che viene su dalle scale butta prima un occhio alle mie spalle, poi guarda me. E una volta passato il trambusto delle metro-carrozze, una voce inizia a tallonarmi con una certa insistenza: “Dica! Dica! Dica!”
Alla fine mi volto, dico “che c’è?”
“Come che c’è? Ce l’ha il biglietto?”
“Sì, sta nella macchinetta, l’ho lasciato lì, è l’ultimo che faccio.”
“Come mai l’ha lasciato?”
“Con un euro non me lo dava”
“Guardi ch’è aumentato, perciò.”
“Sì, infatti. E a me questa cosa non… Scusa ma, ‘sti catorci non valgono più di un euro a corsa, lo sai pure te.”
“Allora, se non ci valgono, non li prendere.” Ho la strana sensazione che sia la prima volta che costui formula quel pensiero, come cogliendo al volo un’occasione rara, mai avuta prima. Il tono è trionfante. La voce mi raggiunge come liberandosi da un groviglio di ruggine e catene.
“Senti, forse ci sarò rimasto solo io e gli extracomunitari a fare ‘ste cose…”
“Me sa.”
“Allora mi lasci andare come fai con loro, e stiamo a posto.”
“Te non sei extracomunitario, mi deve seguire.”
“No, tu ora fai conto che questo euro mi serve per espatriare da questo posto. Che mi serve per respirare, per ricordarmi che i parchi pubblici non sono solo pisciatoi per cani, che gli alberi non stanno lì solo intanto che a qualcuno viene un’altra idea brillante per tirarli giù. Tu fai conto che non c’ho più i soldi per il permesso di soggiorno, che il permesso di soggiorno è il biglietto della metropolitana, che oggi può essere pure che non mangio, mettici che mi sono rotto di starci a ogni cagnata che decidono gli altri in nome dei debiti e del progresso. Che non l’ho mai fatto, ma da oggi lo salto anch’io ‘sto tornello, e tu fai prima a rassegnarti, ciao.”

Il ragazzo resta così, come piegato all’idea che oggi sia toccata proprio a lui una cosa del genere. Torno sui miei passi: quando non hai più nulla da perdere, hai già pagato abbastanza.