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Piove

La strada libera tutti

In Trastevere, questa domenica di pioggia è dedicata alla strada. Via Agostino Bertani è un’oasi-laboratorio di creatività e divertimento per grandi e per bambini. È il Bertani Dai, la nona edizione dal titolo “Piove”. E infatti piove, un po’ come se da un anno a questa parte anche questo fosse già stato previsto. Lungo il marciapiede, un tizio in muta da sub, maschera e tubo respiratore, se ne sta seduto a farsi fare gavettoni dai ragazzini per mezzo di un ingegnoso ma poco efficace sistema (alla fine, nonostante i bambini facciano centro con la pallina avviando il meccanismo buca-palloncino, è lui da solo a portare a termine l’operazione, eroicamente). La breve via è un susseguirsi di bancarelle di artigiani, illustratori, scultori, scrittori, attori e scimmie urlatrici, e anche cuochi che distribuiscono cibi a base di piselli, forse carne, bibite, ecc. A ogni modo i prezzi del menu si aggirano tra i due e i cinque euro. L’atmosfera è serena, c’è un librobus parcheggiato proprio all’imbocco della via, ma le macchine di lì non ci passano, nessuno è in grado di strombazzarti le palle senza un motivo ben preciso o per via ch’è quello il solo modo di farsi sentire dal mondo. Una ragazza espone i suoi quadretti dalle atmosfere fiabesche, tenendo per tutto il tempo un sorriso che lega bene con tutta la situazione. Le chiedo il prezzo dell’unico lavoro che non è ancora riuscita a completare (ma non per starle sul cazzo così, per niente, ma perché quella bimbetta che stende una mano sotto la nuvola mi sembra una cosa graziosa da tenere appesa in camera). Mi dice che fanno trenta euro, giacché, tornando lì tra una mezzoretta, lo prenderei proprio fresco compiuto. “Ma non è quando l’artista tira il calzino che i prezzi salgono?”. Senza augurare nulla di brutto a nessuno, in questa giornata in cui “piove felicità!”, le faccio capire che con tutto il rispetto per la sua dote, trenta euro no, non ce li spendo. Brava comunque, e m’infilo in libreria. Solita sfogliata agli albi di Paz, solita constatazione che son sempre gli stessi: Pompeo (l’edizione “ingrifata”), Bestiario, Astarte (mi pare), e un altro (forse). Più tardi, a entare in scena nello spazio teatro della libreria sarà Lucia Sardo, la madre di Peppino ne I cento passi, con un suo testo omaggio all’intrepida fierezza della vera mami, Felicia Impastato. Lo spazio è molto accogliente, non sarebbe male tornarci per le 21. Chiudo Pompeo e me ne esco. Ad attendermi all’uscita, manco a farlo apposta (non tanto per l’evento acquatico, quanto per un altro film, il Paz! di De Maria), le note di Com’è profondo il mare dell’appena rimpianto Lucio Dalla. La canzone salta fuori dalle casse del palco allestito in cima alla via, e su cui fino a mezzanotte si esibiranno, tra gli altri, il Collettivo Angelo Mai, Awa Lee, Verderame, Nidi d’Arac, Her Pillow e Claudia Pandolfi (in una selezione di poesie sul tema dell’acqua). Lì accanto, i bambini continuano a darci di creatività, ognuno a modo suo e secondo le proprie attitudini. Sulla pedana, appena fuori il portoncino di un laboratorio, ognuno è piegato sulle assi, tutto dedito al proprio compito. Nel tentativo di capirci meglio qualcosa, mi avvicino e ne becco uno in pieno stomaco. Il piccolo creativo mi osserva perplesso, strofinandosi il capo con le mani impiastricciate, ignaro forse dell’efficacia del colpo appena inflittomi. Sto lì a recuperar fiato per un attimo, e infine mi allontano dal Bertani Dai, tutto sommato contento.

Dopo pranzo, è l’ora della strada di Santa Maria in Trastevere. Saltimbanco, musicisti, trampolieri, cantanti, clowns, ballerini, giocolieri, pittori, mangiafuoco, statue, mimi, fachiri, bolle di sapone e poeti scendono in piazza contro una delibera del Comune appena approvata, che limita l’attività degli artisti a un ridicolo 10%. Lo spazio accanto al fontanone è circondato da ombrelli e turisti, non si vede un granché. Mi infilo in chiesa a salutare San Francesco. Costui ha il suo bel da fare con tutte le richieste che gli vengono segnate e poi ficcate in braccio o buttate ai suoi piedi. Anch’io avrei una richiesta da fare, che ancora mi brucia dentro. Solo che non trovo una penna, per cui scelgo di affrontarlo personalmente, fissandolo nelle palle degli occhi: “Fa’ che possiamo tornare a bestemmiare per un primo, due patate e un dito di vino a sole trentamila lire anziché trenta, di quegli infami ignobilissimi euro, porca quella…” Di colpo, i canti solenni della chiesa fanno subito per unirsi all’incalzare della tammurriata in piazza, il tutto in maniera sincrona e annunziatrice. Hai visto mai che la proposta è stata presa in considerazione. Do un’ultima occhiata d’intesa al mio santo prediletto, poi mi avvio all’uscita. In piazza la pioggia non ha mollato, ma lo show non si lascia scoraggiare. Chiaramente, anche qui, a farla da padrone è l’esperienza. Le contrade si danno il cambio. I ragazzi indossano costumi medievali sgargianti e un po’ improvvisati, con toppe e oggetti dell’era moderna cuciti qua e là, e i volti decorati con una certa devozione. Un gruppo si dispone in fondo per la tammurriata, l’altro si lancia rapito nella danza tribale. Il vino veniva dodici a bottiglia, due fette di pane quattro euro… Iniziano le visioni. Dopo di loro, l’affabulatore Costantino annuncia Mr. Adrian Kaye e le sue bizzarrie, tipo quella di far saltare un cagnolino di stoffa attraverso un cerchio hula hoop: alla fine ci riesce, aiutandosi col coperchio della cassa dei trucchi. Geniale! Ed ecco che le visioni prendono il sopravvento. In ordine sparso, San Francesco mi trasmette sagome di bollette, curriculum e pezze al culo. Il messaggio è fin troppo chiaro. Incurante di ogni altra cosa, degli euro per un piatto di sbobba come dei camerieri che fanno pure gli stronzi, della pioggia battente come degli umbrellai che si replicano in ogni angolo o vico, filo a casa a inventarmi anch’io il mio numero di strada: forse mi son trovato un lavoro.