News

Urlo & Frigidaire

V.Sparagna + A.Ginsberg

“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate isteriche nude,
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di una droga furiosa”

Alla fiera del fumetto della primavera 1987, allestita nella Mostra d’Oltremare di Napoli, andai povero e triste, ma orgoglioso di presentare i nostri Pymps. A Napoli c’era anche Andrea, con il quale passai alcune belle giornate. Sulla parete dell’ingresso principale della Mostra, spazio espositivo costruito in puro stile Novecento dal fascismo, Andrea dipinse un gigantesco murale davanti a una piccola folla di curiosi. Passando avevamo notato quella parete bianca enorme e vuota. “Sarebbe da dipingerci qualcosa” avevo detto “Ci vedrei una grande scena di battaglia, cavalli, guerrieri…”. Paz non se lo fece ripetere due volte e, sotto gli occhi ammutoliti della folla che andava crescendo, dipinse un fantastico scontro da Iliade, con il carro, i cavalli, le lance, i guerrieri. Un’opera tra Fidia e Paolo Uccello, realizzata come lo schizzo di un futuro affresco, con un pennello grosso e gocciolante.

“Che rannicchiati in camere non rasate in mutande,
bruciando i loro soldi in cestini
e ascoltando il Terrore attraverso il muro”

Ma quel soggiorno napoletano lo ricordo soprattutto perché una sera fui invitato in un ristorante di Posillipo dove l’assessore alla cultura del Comune aveva condotto un ospite illustre: il grande Allen Ginsberg. Si voleva dare a Ginsberg e alla sua amica e traduttrice italiana Fernanda Pivano un po’ di compagnia intellettuale. Al tavolo mi trovai al fianco di Allen Ginsberg e scoprii che, invece del mio inglese zoppicante, potevo usare lo spagnolo, che lui capiva e parlava abbastanza bene. Così ci mettemmo a chiacchierare, gli regalai alcune copie della rivista e gli raccontai di Frigidaire. A un certo punto il discorso cadde su Napoli e sulle guerre di camorra che la insanguinavano. Gli raccontai della mia inchiesta su Raffaele Cutolo, di altri nostri servizi sul tema e Ginsberg si mise a parlare della mafia negli States, di Sam Giancana e dell’assassinio di Kennedy. Ma proprio sul più bello fummo interrotti dall’assessore alla cultura, che protestava perché “si stava dando una cattiva immagine di Napoli”. Inutilmente Ginsberg disse che cose simili accadevano anche negli States. L’assessore continuò a rimproverarmi di parlare solo di camorra, monnezza e puttane. “A Napoli c’è ben altro!”. Finì che lasciammo perdere per non irritarlo oltre.

La sera successiva, dal palco del Teatro San Carlo, nel recitare una sua poesia, Ginsberg inserì Frigidaire in un verso, con un grido che mi parve di saluto e di apprezzamento. La nostra claque lo subissò di applausi e il teatro si accodò, con grande sconcerto dell’assessore.

Nel giugno 1988 Andrea Pazienza morì di overdose. Era nella sua casa di Montepulciano. Lo portarono in ospedale in piena notte, fu inutile. La morte di Andrea, se possibile, fu un colpo anche più tremendo di quella di Stefano Tamburini. Scompariva il nostro disegnatore e inventore più grande, l’amico artista più intimo, l’unico che apprezzava in profondità anche l’arte mia e di mio padre, che amava le illustrazioni della Scala d’Oro e i frementi cavalli di Fidia, il nostro Leonardo, il nostro Mozart, come lo avevo definito su Frigidaire dopo la morte di Stefano. Si apriva un tunnel buio della nostra storia.

“Col cuore assoluto della poesia della vita macellato dai loro stessi corpi
buono da mangiare
per mille anni”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: