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I hate myself and want to die

In Utero

Legherebbe niente male coi nostri giorni: odiare se stessi e desiderare la morte. Tenersi tutto dentro e farlo esplodere, senza curarsi troppo delle conseguenze. Forse il fatto di essere rimasto qui, di non essersene mai andato, nonostante l’atroce fuga e le parole di addio, è la prova che il dolore, tutto questo patire, ci appartengono. Oggi più che mai.

In The Wrestler, ricordando le band della sua generazione, Randy The Ram gracchia che l’unico loro scopo, prima che arrivasse “quel frocio di Kurt Cobain”, era quello di divertirsi, “che c’era di male”? E a guardarlo ballonzolare sulle note di Round and Round, con tanto di birra stretta in pugno, oltre che decisamente “datato”, The Ram risulta anche un amabile gorillone con ancora addosso la voglia di lottare e cazzeggiare. Ecco cosa ha fatto Cobain, e quelli come lui: hanno definitivamente abbattuto l’innocenza del rock e della vita. La capacità di reagire per dei principi, in un mondo che uno ad uno li ha persi tutti.

I hate myself and want to die è la prima bozza di titolo per l’ultimo album in studio dei Nirvana (In Utero), poi scartata poiché decisamente troppo esplicita. Tredici tracce che hanno affermato e cambiato un bel po’ di cose riguardo il grunge, e non solo.

A differenza di Nevermind, che dal fetore di Smells like teen spirit alla cupa rassegnazione di Something in the way scorre tutto sommato liscio e omogeneo, senza destare particolari turbamenti, In Utero sembra invece patire fitti attimi di vuoto e paranoica gestazione, riempiti dalle urla disperate del leader e dalle trame non sempre efficaci della sua chitarra. Tuttavia, rispetto al suo predecessore, è senza dubbio l’album in cui più che altrove si avverte l’anima pulsante della band, un’esperienza diretta e confidenziale che lascia poco o nulla al perfezionismo, all’affettazione. I toni sono alti, spesso assordanti, il feed portato con collera alle estreme conseguenze. Perle del disco (e perle di un’intera carriera, insieme a In Bloom e You Know You’Re Right) sono Serve the Servants, Heart-Shaped Box e All Apologies.

In Utero ha a che fare con le viscere dell’esistenza moderna, con la sopportazione e l’ineluttabile prosciugamento di liquido amniotico: la voglia di tornarsene al più presto da dove si è sbucati fuori. Spiegare le ali sanguinolente, solo per scrollarsi di dosso un po’ di sguardi e polvere. Il senso di disagio e smarrimento è in ogni nota, in ogni assolo, a cominciare da quello geniale personalissimo di Serve the Servants.

È un deserto rosso a farla da padrone. Una cadillac decapottabile scorre su un pannello-paesaggio dai toni spettrali, senza soluzioni di respiro o alternanza (in realtà è il pannello a scorrere, per mezzo di una manovella meccanica), mentre la cadillac vibra e sobbalza dalla sua pedana con effetto “suolo desertico”. Di tanto in tanto viene trascinata in avanti da una corda legata al parafango anteriore, dando così la sensazione di accelerare bruscamente, con il mega-ventilatore che a ogni volata si avvia per dare ancora più vita all’effetto. A bordo ci sono loro, i Nirvana di Seattle: Cobain sbracato sulla pelle rossastra del sedile posteriore, cantante e delirante, davanti a lui, sulla stessa pelle amaranto, a sorprendersi del paesaggio (Grohl), e a guidare concentrato più che sulla strada sul flusso dei propri pensieri (Novoselic), il resto della band. Quando il pezzo si conclude, tutti e tre saltano giù dalla macchina e s’avviano verso ovest, tra cavi e luci di scena. Kurt si arresta a una scrivania dello studio e pare esitare un istante, con un oscuro sguardo da fanciullo rivolto ai suoi amici. Quando la telecamera fa per proseguire lasciandolo lì da solo, intanto che gli altri un po’ lo attendono un po’ s’avviano ai camerini, le lacrime fanno tutto da sé.

È un nuovo giorno, in cui ognuno sembra preso da se stesso. Ma da qui a detestarsi e a bramare una fine violenta il passo è troppo breve: qualcosa non torna. Cobain urla l’orrore di questo paradosso, lo stupro che attende coloro che si circondano in modo ossessivo della propria unicità, senza più accorgersi di nulla. Facendo del male. Qualcosa è andato storto sul serio, e non è un granché a vedersi. Niente più punti di riferimento, nulla con cui confrontarsi, a parte il caos e il rumore. Forse è vero che non conviene perdere di vista la realtà. Forse un tempo. Oggi non lo so.

I tried hard to have a father
But instead I had a dad