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La kryptonite nella borsa

Con Ivan Cotroneo

In Italia, gli anni ’70 sono quelli della contestazione. Gli anni di piombo e del ’77. Del terrorismo e delle brigate rosse, della maggiore età passata dai 21 ai 18 anni, degli hot pants e della rivalsa della donna, dei giradischi in legno col bottoncino rosso, della riscoperta dell’amore per l’universo che ci circonda, gli anni della trasgressione e dei tradimenti coniugali. Dei telefilm, di Rocky e di Superman. Ma soprattutto, della febbre più contagiosa al mondo…

Con la regia de La kryptonite nella borsa si chiude un cerchio o ti sei solo tolto “uno sfizio”?

Forse né l’una né l’altra. Non mi sono semplicemente tolto lo sfizio, ci ho preso gusto, è stata un’esperienza unica e spero presto di potere tornare sul set per il secondo film. D’altra parte anche l’idea di chiudere il cerchio non mi corrisponde veramente: ho fatto e faccio lo sceneggiatore con soddisfazione e non ho mai pensato che il passaggio alla regia fosse un completamento necessario del mio lavoro, che ho sempre considerato completo e molto soddisfacente di per sé. Diciamo che è stata una esperienza bella e importante, e che spero di potere continuare a fare il regista, ma spero anche di continuare a scrivere per registi che mi piacciono e con cui mi diverte e mi appassiona lavorare.

C’è un criterio ideologico a cui resti sempre e comunque fedele nella scelta di un progetto lavorativo?

Direi di sì. Più che un criterio ideologico, devo pensare di potere dare al progetto qualcosa di mio, devo sentirmi utile, e sentire di potere collaborare alla visione del regista. Il che poi fatalmente esclude la possibilità di lavorare a progetti che non condividi o su cui hai semplicemente poco da dire. Poi ci deve essere la curiosità e il desiderio di passare molto tempo insieme ai tuoi compagni di lavoro o al tuo regista. Spesso scrivere un film è un’avventura umana prima che professionale.

Quali sono le difficoltà del Cotroneo narratore, rispetto a quelle dello sceneggiatore?

Da narratore sono solo, quindi da una parte massima libertà e dall’altra troppa libertà: quando puoi scegliere tante strade cominci a interrogarti e a volte non smetti più e rimani intrappolato. Da sceneggiatore lavoro sempre con altri colleghi o con il regista, e qui quella che è la maggior soddisfazione del lavoro, la collaborazione, può diventare un problema se non riesci a capire o a farti capire dall’altro, se non riesci a trovare un modo di collaborare.

Credi che il termine “fobia” sia il più adatto a definire un certo modo di rapportarsi con l’omosessualità?

Sì, perché ha a che fare con la paura. Trovo che purtroppo i nostri tempi siano dominati dalla paura per tutto quello che non conosciamo e che non comprendiamo. Invece di essere curiosi verso quello che non riconosciamo come vicino, ne abbiamo paura. E questo genera allontanamento, incomprensione e violenza. La paura dell’altro è veramente spaventosa: non permette alla società e al singolo individuo di crescere e alimenta la cultura dell’odio.

Lavorare per la tv, o in generale per la cultura, è un mestiere come un altro, oppure esistono responsabilità e doveri che prescindono dallo share o dal numero di copie vendute?

Io per vivere racconto storie. E raccontare storie, dalla notte dei tempi, è un’attività potentissima. Le storie ti fanno ridere, piangere, pensare, attraverso quello che accade ai personaggi e al tuo grado di identificazione con loro. Io sono sempre stato “mosso”, in senso sia positivo che negativo, dalle storie che vedo o che leggo. Credo che la responsabilità ci sia e che coinvolga un bel po’ di cose: la responsabilità di avere un punto di vista su quello che si sta raccontando, l’urgenza di quello che vuoi mettere in scena. La passione con cui lo fai, l’idea di condividere: racconti storie per parlare con gli altri, o almeno questo è il motivo per cui lo faccio io.

Da professore universitario, qual è il livello di attenzione, e soprattutto di passione, dei nuovi studenti del Dams?

Alto il livello di attenzione e altissimo quello di passione: vanno al cinema, dibattono, si arrabbiano per quello che non gli piace. Vogliono esprimere la loro visione del mondo, dire la loro, e anche cambiare le cose. Mi piacciono molto.

A proposito di Dams: il tuo intervento più personale e soddisfacente in Paz!?

Paz! è stata una bellissima avventura, in cui l’entusiasmo di Renato De Maria ha avuto una parte fondamentale. Il set era uno spettacolo, per l’allegria e l’entusiasmo di tutti. Io spero solo di essere riuscito a restituire le storie di Andrea Pazienza per il cinema con la dignità che secondo me dovevano avere, pari a quella di un racconto o di un romanzo. Credo che Pazienza sia stato il vero narratore di quegli anni: quanto più sono riuscito a rimanere in ombra rispetto a questo, tanto più sono contento.

Scrittore, sceneggiatore, teatro, tv, scrivi anche canzoni… Un tuo illustre conterraneo avrebbe aggiunto “e ch’ shchif’ è chest!” — cit. M.Troisi: qual è il tuo rapporto con Napoli?

A ventidue anni sono andato via da Napoli e sono venuto a Roma, per studiare cinema, sottovalutando del tutto il rapporto che avevo con la mia città. È un rapporto che poi è tornato prepotente qualche anno dopo, quando ho cominciato a capire tutto quello che mi legava e mi lega alla mia città. Direi che è un rapporto molto forte, e viscerale, e che è in tutte le cose che scrivo — anche quelle apparentemente più lontane — ma soprattutto nella mia vita personale.

Da L’arte della commedia di Eduardo De Filippo:

GIACOMO: Lo spettatore va a teatro per divertirsi.

DE CARO: Per disimpegnarsi! Dalle preoccupazioni di carattere privato e professionale, non per impegnarsi in un mare di simbolismi, allegorie, che alla fine ti danno solamente una soluzione ambigua della “cosa oscura”, posta al centro del componimento. Si capisce che la gente non va a teatro. Io per primo ci ho rinunziato. Quando ho una mezz’oretta di tempo, mi metto davanti al televisore. Non c’è più chi scrive per il teatro, non è così?

IVAN:

Mi chiedi una cosa impossibile: non oso — nemmeno per scherzo — inserirmi in un dialogo di De Filippo. Di recente ho visto — a teatro, appunto — Toni Servillo che leggeva i capolavori della letteratura napoletana, De Filippo, Viviani, su su fino a Moscato e Di Giovanni. Forse la migliore risposta al personaggio di De Caro sarebbe portarlo a teatro a vedere Servillo e questo spettacolo. Non penso che rinunzierebbe più. D’altra parte capisco quello che mi chiedi: vivere in un paese che ha rinunziato a investire sulla cultura significa essere sottoposti quotidianamente alla tentazione di mollare tutto. Resistere però serve, secondo me.

Qual è la prima reazione, e il conseguente stato d’animo, di uno scrittore che entrando in libreria trova bella e impilata la biografia di Ibrahimovic?

Posso dirti la reazione del lettore, perché quando entro in una libreria o quando mi metto davanti al televisore alla vana ricerca di un programma culturale mi ci metto da lettore, e la reazione è di sconforto. Non tanto però per quello che c’è — in questo caso la bio di Ibra —, ma per tutto quello che non c’è. In una situazione di mercato vitale, c’è spazio per tutti: il lettore fa le sue scelte. Il guaio è quando non siamo messi nella condizione di scegliere, perché tutto, dalla promozione alla reperibilità di una copia, punta verso una sola direzione. È lo stesso discorso che vale per la distribuzione cinematografica: se uno si indigna per la distribuzione a raffica del nuovo blockbuster americano in settecento copie, non lo fa perché ha qualcosa contro il blockbuster e i suoi spettatori, ma perché quelle settecento copie arrivano in un quadro di scarsezza: poche sale e mancanza di possibilità di farsi vedere. Il problema cioè non è quello che c’è, ma quello che manca. Benissimo Ibra e le settecento copie, se non significa che devo andare a cercare il libro che voglio in un sottoscala, o essere costretto a vedere un’opera prima italiana solo al primo spettacolo delle 15 nei giorni dispari.

Progetti in vista?

L’ultimo film che ho scritto con Mariasole Tognazzi, insieme a Francesca Marciano, è sul set. Mariasole sta girando, con Margherita Buy e Stefano Accorsi. Insieme a Stefano Bises e Monica Rametta stiamo lavorando alle nuove avventure delle nostre famiglie televisive: i Giorgi/Del Fiore di Tutti pazzi per amore e i Rengoni di Una grande famiglia. E sto lavorando al progetto del mio secondo film, che sarà sempre prodotto da Nicola Giuliano e Francesca Cima, due produttori che ho avuto la fortuna di incontrare e che spero di non mollare più.

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