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Post Office

When I got big I’d go live in some place like Iceland" C.Bukowski

It began as a mistake.

Cominciò per sbaglio.

L’intera esistenza di un uomo, a volte, sembra cominciare proprio così, per sbaglio. Come quando un giorno vieni a conoscenza di un fatto: non eri nei programmi dei tuoi genitori. E mami e papi “quella notte” erano semplicemente un po’ su di giri. Avrebbero volentieri fatto a meno di te per qualche anno ancora. A quel punto la tua vita rischia di prendere una piega del tutto insolita rispetto a quelle dei tuoi simili, specie se mami e papi s’impegnano a ricordarti questa tua condizione di intruso menando ansie e depressioni sulla tua schiena. O magari mandandoti in giro conciato come uno scemo, per la gioia di ogni bullo di quartiere. Una delle vie possibili per superare l’acne, questa precoce ritrosia da straniero, è attaccarsi al collo di una bottiglia.

Reporting time was 5 a.m. and I was the only drunk there. I always drank until past midnight, and there we’d sit, at 5 a.m., waiting to get on the clock, waiting for some regular to call in sick. The regulars usually called in sick when it rained or during a heatwave or the day after a holiday when the mail load was doubled.

Bisognava stare in ufficio alle 5 del mattino e io ero l’unico che beveva. Stavo sempre alzato a bere fin dopo mezzanotte, e poi dovevo essere là, alle 5 del mattino, ad aspettare di cominciare, ad aspettare che qualche postino fisso si desse malato. Di solito si davano malati quando pioveva o faceva un caldo boia o dopo una vacanza, quando il volume di posta da consegnare era il doppio.

Ciò che spesso fa di un uomo un genio, che dà modo di scorgere l’intero universo in una sua osservazione di sì e no un rigo, ha sempre un po’ a che fare con lo sguardo di un fanciullo. Con l’innata capacità di stupirsi, di accettare qualsiasi tipo di situazione col medesimo piglio. Senza alcun rancore o pregiudizio. Ha a che fare con una sorta di magia che a ben vedere n’è che sia del tutto prerogativa di ogni infante (non tutte le cinghiate vengono per nuocere). Spesso è un qualcosa di talmente disarmante, nella sua spontaneità, che rischi di ritrovarti lì a scompisciartene, quasi senza un motivo. Ed è un ridere che fa bene al cuore.

The Stone didn’t like to give me a route that easy but sometimes he couldn’t help it. So I walked along and this young boy came out and asked me,
“Hey, where’s my candy?”
And I said, “What candy, kid?”
And the kid said, “My candy! I want my candy!”
“Look, kid,” I said, “you must be crazy. Does your mother just let you run around loose?”
The kid looked at me strangely.

A Stone non piaceva l’idea di darmi percorsi facili ma ogni tanto capitava che non avesse scelta. Così stavo camminando quando arrivò un ragazzino e mi chiese:
“Ehi, dove sono le mie caramelle?”
E io dissi: “Quali caramelle, ragazzino!”
E il ragazzino disse: “Le mie caramelle! Voglio le mie caramelle!”
“Senti ragazzino”, dissi, “devi essere impazzito. Come mai tua madre ti lascia andare in giro da solo?”
Il ragazzino mi diede un’occhiata strana.

Dopotutto, si è più fanciulli da adulti che reclamando caramelle da piccoli. Più grandi da fanciulli, che reclamando caramelle da adulti.

“BILLS! BILLS! BILLS!” she screamed. “IS THAT ALL YOU CAN BRING ME? THESE BILLS?”
“Yes ma’am, that’s all I can bring you.”
I turned and walked on.
It wasn’t my fault that they used telephones and gas and light and bought all their things on credit.

“BOLLETTE! BOLLETTE! BOLLETTE!” urlò. “POSSIBILE CHE NON MI PORTIATE ALTRO CHE BOLLETTE?”
“Sì, signora, solo bollette”.
Mi voltai e ripresi a camminare.
Non era colpa mia se usavano il telefono e il gas e la luce e comperavano tutto a credito.

È piuttosto inquietante il modo in cui certa gente se la prenda con fornitori, padroni di casa e governi, quando giunge il fatidico momento di saldare i conti e assumersi le proprie responsabilità di consumatore. Da una parte sembra evidente quanto questa situazione sia vissuta come una condanna, dall’altra la sensazione è che si faccia persino a gara a chi sia il più dritto nel cogliere “l’affarone” che t’indebita a vita. Tutto ciò non può che generare un insopportabile moto di collera nel soggetto anti-conformista, specie nell’attimo in cui è costretto ad affrontare le furie di un simil paradosso. Per cui sembra lecito domandarsi, a un certo punto, come sia possibile che uno di questi soggetti riesca a viverselo in maniera tanto distaccata, persino ironica: costui ci fa o ci è? In entrambi i casi, l’intento squisitamente artistico pare essere quello di irritare il prossimo benpensante. Prendersi le proprie soddisfazioni sulle dinamiche del gregge, saltando a piè pari il fastidioso marchio di apocalittico, menagramo o persino “checca isterica”.

Her father really hated me. He thought I was after his money. I didn’t want his god damned money. And I didn’t even want his god damned precious daughter.
The only time I ever saw him was when he walked into the bedroom one morning about 10:00. Joyce and I were in bed, resting up. Luckily we had just finished.
I peered at him from under the edge of the cover. Then I couldn’t help myself. I smiled at him and gave him a big wink.
He ran out of the house growling and cursing.

Suo padre mi odiava davvero. Pensava che stessi dietro ai suoi soldi. Io non li volevo, i suoi fottuti soldi. E non volevo nemmeno la sua preziosissima e stronzissima figlia.
L’unica volta che lo vidi fu quando entrò nella nostra stanza una mattina verso le 10 e trovò me e Joyce a letto che ci stavamo riposando un po’. Fortunatamente avevamo appena finito.
Lo guardai da sopra l’orlo della coperta. Poi non riuscii a trattenermi. Gli sorrisi e gli strizzai l’occhio.
Corse via ringhiando e bestemmiando.

Da che mondo è mondo, l’avidità, e ogni sorta di paura o visione greggistica, condizionano anche il normale flusso dei sentimenti, rendendo eroiche, shakesperiane, le gesta di alcuni degli animi più caparbi. Qui a conti fatti sembrerebbe non esserci proprio nulla di eroico o di soltanto umano. In Factotum il nostro Chinaski confina l’amore alle cialtronerie della “gente vera”, un universo che egli detesta. Harry passa da una storia all’altra senza porsi troppe domande, senza apparenti coinvolgimenti mentali (a parte soffermarsi sulle forme più o meno chiavaresche delle donne che inciappa sul proprio cammino). Ancora una volta la sua vendetta artistica è compiuta, stavolta nei confronti dell’amore.

I tried to grab her. She pushed me away.
“All right, god damn it!” I said.
I walked back to my chair, finished my drink, had another.
“It’s over,” she said, “I’m not sleeping with you another night.”
“All right. Keep your pussy. It’s not that great.”
“Do you want to keep the house or do you want to move out?” she asked.
“You keep the house.”
“How about the dog?”
“You keep the dog.” I said.
“He’s going to miss you.”
“I’m glad somebody is going to miss me.”

Feci per abbracciarla. Mi respinse.
“O.K., va bene! Porco mondo!” dissi.
Tornai alla mia poltrona, vuotai il bicchiere, lo riempii ancora.
“È finita”, disse lei, “non voglio più venire a letto con te”.
“Va bene. Tienitela stretta. Non è un granché, sai”.
“Vuoi tenere tu la casa oppure preferisci andartene?”, mi chiese.
“Tienla pure tu”.
“E il cane?”.
“Tientelo pure” dissi.
“Sentirà la tua mancanza”.
“Almeno lui”.

Non manca la tenerezza, specie quando di mezzo c’è un evento come la nascita di un figlio:

“It won’t be long,” she said. “I don’t want to get there too early.”
I went out and checked the car. Came back.
“Oooh, oh,” she said. “No, wait.”
Maybe she could save the world. I was proud of her calm. I forgave her for the dirty dishes and The New Yorker and her writers’ workshop. The old gal was only another lonely creature in a world that didn’t care.

“Non ci vorrà molto” disse lei. “Ma non voglio andare là troppo presto”.
Andai fuori a controllare la macchina. Tornai dentro.
“Oooh, oh” disse lei. “No, aspetta”.
Forse sarebbe davvero riuscita a salvare il mondo. Ammiravo la sua calma. Le perdonai i piatti sporchi e il “New Yorker” e il laboratorio di scrittura. La ragazza era solo un’altra creatura sola in un mondo ostile.

E non manca il tormento, quello dell’artista:

“Look, kid, why don’t you quit this job? Go to a small room and write. Work it out.”
“A GUY LIKE YOU CAN DO THAT,” he said, “BECAUSE YOU LOOK LIKE A WINO. PEOPLE WILL HIRE YOU BECAUSE THEY FIGURE YOU CAN’T GET A JOB ANYWHERE ELSE AND YOU’LL STAY. THEY WON’T HIRE ME BECAUSE THEY LOOK AT ME AND THEY SEE HOW INTELLIGENT I AM AND THEY THINK, WELL, AN INTELLIGENT MAN LIKE HIM WON’T STAY WITH US, SO THERE’S NO USE HIRING HIM.”
“I still say, go to a small room and write.”
“BUT I NEED ASSURANCE!”
“It’s a good thing a few others didn’t think that way. It’s a good thing Van Gogh didn’t think that way.”
“VAN GOGH’S BROTHER GAVE HIM FREE PAINTS!” the kid said to me.

“Senti, ragazzo, perché non ti licenzi? Chiuditi in una cameretta e mettiti a scrivere. Fai solo quello”.
“QUESTO PUÒ FARLO UNO COME TE”, disse lui, “PERCHÉ HAI L’ARIA DELL’ALCOLIZZATO, LA GENTE TI DAREBBE LAVORO PERCHÉ PENSEREBBE CHE NON NE TROVERESTI MAI UN ALTRO E QUINDI SARESTI COSTRETTO A RESTARE. INVECE A ME NON LO DAREBBERO PERCHÉ GLI BASTEREBBE UN’OCCHIATA PER CAPIRE CHE SONO TROPPO INTELLIGENTE E PENSEREBBERO, BE’, UNO COME LUI NON RESTERÀ A LUNGO QUINDI È INUTILE ASSUMERLO”.
“Insisto, chiuditi in una stanzetta e mettiti a scrivere”.
“MA IO HO BISOGNO DI SICUREZZA!”.
“È un bene che non tutti la pensino come te, è un bene che Van Gogh non la pensasse come te”.
“VAN GOGH AVEVA IL FRATELLO CHE GLI REGALAVA I COLORI!” mi disse il ragazzo.

Si dice che non tutto ciò che scrivesse quest’uomo fosse vero, il frutto di un’esperienza diretta. Ma a ben pensarci, il fatto che dopo secoli e secoli di letteratura (dalla Bibbia a Kafka, passando per Dante) si tiri ancora fuori la piva sul falso o vero di un racconto, non può essere altro che il sintomo di una frustrazione, sia artistica sia più quotidiana (sia di uno che insiste a “provarci”, sia di uno che non ci prova per niente), che non trova pace. Inoltre sembra ormai palese che non si possa davvero scrivere di certi argomenti, in una determinata maniera, senza averli prima, in qualche modo, vissuti (salvo avere direttamente a che fare con draghi o gnomi che s’avviano a salvare l’intero pianeta): il falso o il vero è anzitutto un affare di esperienza e di percezione, sia da una parte che dall’altra. Autore e lettore si confrontano, attraverso le pagine, proprio come nella vita reale. Entrambi hanno qualcosa da imparare, qualcosa da perdere. Infine, tanto per accontentare un po’ tutti su tale questione, è lo stesso autore ad affermare che sì, nei suoi scritti, egli mescola realtà e fantasia. D’altronde, in un mondo messo come il nostro, appresso alla speranza, non è forse qualche perla di follia e paraculaggine a salvarci da una fine prevedibile?

“Let’s catch this second race.”
She came over and leaned a lot of leg and breast against me. There was something under that raincot. I always look for the non-public horse who could beat the favorite. If I found nobody could beat the favorite, I bet the favorite.

“Puntiamo qualcosa su questa seconda corsa”.
Lei si avvicinò e mi appoggiò addosso un sacco di gambe e tette. C’era qualcosa sotto quell’impermeabile. Io di solito cerco il cavallo sconosciuto che potrebbe battere il favorito. Se scopro che non c’è nessuna possibilità che qualcuno batta il favorito, punto sul favorito.

Henry è il postino che bussa alle porte del mondo senza grandi pretese, con l’umiltà e la sfrontatezza di chi ne ha viste un bel po’ in giro. Col sacrificio, e una sensibilità che si esprime telegrafica, evitando di inciampare in fronzoli o convenevoli, tutta quella roba che spesso non fa che ammorbare e annacquare istanti interi del nostro tempo: le meraviglie della vita.

Post Office è forse il romanzo di Mr. Bukowski a cui si resta più intimamente legati: “il primo capitolo”, con tutte le sue urgenze, la coscienza di un’ultima occasione da cogliere, gli slanci, la smania di acciuffare una fine… Elementi riscontrabili soltanto nell’ultimo suo lavoro, Pulp, in cui urgenza ed essenzialità sembrano però dettate da una coscienza ben più profonda: quella della morte.

In the morning it was the morning and I was still alive.
Maybe I’ll write a novel, I thought.
And then I did.

La mattina dopo era mattina e io ero ancora vivo.
Forse scriverò un romanzo, pensai.
E lo scrissi.