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Petulia d’Oriente

Di Petulia Mattioli

Perché aspettare di morire per andare in paradiso?

È già qualche anno che con Eraldo cerchiamo di fuggire dall’Italia nei mesi freddi. Vivendo in campagna, di tanto in tanto giunge il bisogno di un po’ di città. Di musica, arte, cinema ipertecnologici… Di smog. Per fortuna facciamo un lavoro che ci permette di lavorare ovunque nel mondo con due mac portatili.

Una delle cose che amo di più quando sono in viaggio e vengo a trovarmi in luoghi così diversi dai nostri, è la sensazione di “outsider”. Consapevole dell’ardua impresa di penetrare nei meccanismi di una cultura straniera, prendi tutte le stupide certezze da eurocentrico, detentore dell’unica verità, e le lasci in albergo: una sensazione straordinaria. Se riesci a raggiungerla, è come fossi il primo esploratore della terra. E smetti di sorprenderti se in Africa un gufo ti osserva come fossi una formica di nessun interesse.

È la terza volta che vengo in Thailandia. Adoro questa terra piena di grazia, di contraddizioni… Negli anni passati ho visitato la allora poco nota Koh (isola) Phangan, nel golfo del Siam (divenuta poi un “troiaio” nel vero senso della parola), Chiang Mai nota come “la porta per il nord” o anche “rosa del nord”, gli splendidi villaggi tra le montagne settentrionali, Sukhothai e il suo magico parco con le rovine dell’antica capitale.

Come in Giappone, e forse nella maggior parte dell’Oriente, i cavi elettrici e i tralicci sono secondo me delle vere opere d’arte. Da quello che abbiamo capito, chiedendo spiegazioni in terra nipponica, sono tutti a vista perché in paesi con alto rischio di terremoti e/o inondazioni è più facile individuare il guasto… Mah, su questo punto sono ancora abbastanza perplessa: a me sembra una sedia elettrica a cielo aperto! Puoi trovarti un cavo rotto che ti penzola davanti alla testa mentre cammini per la strada. E qui un guasto è riparato forse in tre giorni, in Giappone è questione di minuti.

Una piccola puntata al mare l’ho fatta. Siamo andati nella semi-incontaminata isola di Koh Kood, a sud-est, molto vicino alla Cambogia: una natura incredibile! Una bella esperienza è stata la visita al villaggio dei pescatori: palafitte sull’acqua, e una vita scandita dalla pesca. Incantevoli sorrisi affioravano tra reti, barche e negozietti.

Uno dei particolari che balzano subito agli occhi di un occidentale è la quantità di venditori ambulanti di cibo che sono ovunque! La vera cucina thai la trovi solo per strada. Qui si mangia a tutte le ore, e i pasti si dividono sempre. Si ordinano varie cose e si mangia insieme facendo due chiacchiere. In mezzo a tanta modernità e architettura futurista lo “street food”, le amache dei muratori appese tra un palo e un albero, lo sciabattare, il mangiare con la famiglia su una stuoia distesa sul marciapiede, conservano la forte identità di questo luogo magico. Come sarebbero le nostre strade se ci fosse data la libertà di fare il nostro micro business per la strada, con la fantasia che abbiamo sempre avuto? Tutta la nostra identità rispunterebbe fuori in un attimo. Le città europee oramai, non fosse per i monumenti storici che le identificano, sarebbero la stessa hall di un albergo.

Un’altra cosa che balza agli occhi, almeno ai miei, è la quantità di ragazze che vedi accompagnata a un caucasico, ma non sempre capisci se è una prostituta (e non sempre lo è). Il problema della prostituzione e dell’HIV è ancora grande, ma molte di queste ragazze spesso arrivano dalle regioni più povere del nord, sognano una vita semplice. Vogliono essere protette e sognano il matrimonio. Per essere onesti fino in fondo però molte di loro sono delle fashion victims e bramano la bella vita. Un po’ com’era da noi negli anni ’40 e ’50. Il matrimonio era un affare di famiglie, oppure un’occasione per mettersi al sicuro. Non nego che provo spesso fastidio e disgusto quando vedo giovanissime ragazze insieme a uomini anziani, ma anche qui esiste un altro punto di vista che noi abbiamo alquanto rimosso: la persona anziana è ancora molto rispettata e onorata perché si suppone che abbia una grande esperienza, e dunque può assicurare una maggiore protezione. Purtroppo però, per raggiungere questa sicurezza, le giovani passano anni a prostituirsi e a rischiare la vita.

A parte questo aspetto che può creare facili pregiudizi sull’universo femminile, parlando con persone che vivono qui da anni, sembra che le donne siano la vera forza lavoro. Come per ogni cultura del mondo, anche qui la donna è “multitasking”: madre, moglie e grande lavoratrice. La maggior parte dei venditori ambulanti è donna, così come è incredibile quante di loro lavorino nei cantieri industriali (usano cazzuola e cemento, mica fanno i panini!).

Per quanto riguarda me, invece, alterno giorni di caccia con la mia macchina fotografica a vagabondaggio, cultura e anche shopping. Visto da outsider tutto l’Oriente è una sorta di Paradiso, nel senso che se fai una libera professione, o hai qualcosina da parte per iniziare un’attività, è un luogo che ti permette di vivere, non sopravvivere, come da noi. La maggior parte delle destinazioni oggi è coperta dalle linee aeree. Ovvio che per raggiungere isole come Koh Kood, e allontanarsi dal turismo di massa, bisogna sempre noleggiare una barca e farsi portare “as far as possible”. Mi piace molto, amo il caos che si intreccia ad ogni angolo di strada con i suoi secoli di tradizione. Tra gli altissimi grattacieli spesso puoi scorgere delle zone verdi con vecchie case thailandesi destinate a sparire. Bangkok è una città che viaggia alla velocità della luce. Ti rendi conto di essere tu ad appartenere al così detto terzo mondo! Infine, una delle caratteristiche più rassicuranti è che, nonostante le contraddizioni e le problematiche sociali comuni a tutte le megalopoli, qui le persone non hanno perso la quiete e la voglia di sorridere.

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