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Pinocchio

Insegui ciò che ami, o finirai per amare ciò che trovi

Andrea Balestri, nel 1972 è Pinocchio. In tanti siamo cresciuti con le “tue” avventure a episodi, o il poster attaccato in camera di te che posi, dritto e imbronciato, nel tuo bel vestito di carta. Ti si vuole un monte di bene. Ma com’è possibile?

Forse perché ci si immedesima tanto tutti, in questo burattino. Ne passa di tutti i colori, ma in fondo vuole solo imparare a essere un bambino perbene, e per dimostrarlo va a cercare il babbo a tutti i costi in un posto che nemmeno lui sa dov’è.

Lì per lì capivi che stavi avendo a che fare con gente come Comencini, De Sica o Manfredi?

No, assolutamente, per me erano persone normali, come me. Ma non solo lì per lì, anche dopo.

Sei diventato ricco o sei rimasto il degno figlio di un falegname (povero)?

Ho dovuto guadagnarmi la vita, come tutti. E sono felice così.

Il Pinocchio di Benigni (pare, il film più costoso della storia del cinema italiano) ha ricevuto ben quattro candidature ai Razzie Awards, aggiudicandosi quello per il peggior attore protagonista: non aveva più senso, a questo punto, affidarla a te la parte di uno scemo che ciancia e saltella in modo alquanto irritante?

Se aveva senso non lo so, forse il risultato con me sarebbe stato lo stesso disastroso. Ormai sono adulto, e forse sarei apparso ridicolo anche io.

Mangiafuoco rammenta di non fidarsi troppo di chi ti sembra buono e che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo. Quanto t’hanno aiutato le sue parole?

Me lo rammento sempre, ma prima di tutto mantengo quella vena di diffidenza che è il mio carattere naturale.

Johnny Rotten, dal canto suo, sostiene che “essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al prossimo caritatevole”: quanto è punk Pinocchio?

Poco… Quanto basta, direi. Sicuramente il marciapiede è il suo regno, sa destreggiarsi in qualsiasi situazione, ma non è aggressivo. Pinocchio vuole solo ritrovare il suo babbo e occuparsi di lui. Tutto il resto non gli importa, e non ha tempo da perdere.

È più facile lasciar correre o sfondare una vetrina?

In questo paese si fa di tutto con molta facilità. Si lasciano correre troppe cose, e troppo spesso si sfasciano vetrine. Ma dei problemi da risolvere non gliene frega niente a nessuno.

Com’è la tua città?

Pisa? Bellissima.

In ogni angolo del nostro paese sembra essersi scatenata, senza più rimedio, la febbre del gioco e del gratta e vinci. Tutto questo desiderio di riscattarsi sotterrando monete in un “campo dei miracoli”, è più un’immagine di speranza o piuttosto di disperazione?

È un gioco. Io ci casco sempre però, gratto gratto, ma non vinco mai nulla. La speranza è l’ultima a morire. E io gratto, hai visto mai…

Nel tuo libro parli delle fatiche del ritorno alla normalità dopo i fasti del successo. Cos’è che bisogna sempre ricordare in un mondo che vive di apparenze e sogni di gloria?

Tenere i piedi per terra, è l’unica cosa che ti può salvare. Le apparenze si dissolvono prima o poi…

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