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I giorni della vendemmia

Con Marco Righi

“Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere” P.V.Tondelli

Cosa accade ne I giorni della vendemmia?

È la storia di un adolescente, Elia — il mio adolescente. Un ragazzo che vive, con i propri genitori e l’anziana nonna, nella provincia emiliana dei primi anni Ottanta — 1984. Sul finire di un’estate, prima di tornare a scuola, egli sceglie di aiutare la famiglia nella raccolta dell’uva, nel vigneto adiacente casa. Un giorno arriva Emilia, la nipote ormai grande di alcuni conoscenti del piccolo borgo: per Elia è la rivoluzione. In seguito, torna anche un fratello maggiore, Samuele, di cui il protagonista ha una forte stima, ma anche molta soggezione. In questo teorema si svolge, si svolgono, I giorni della vendemmia.

Quanto c’è di “dionisiaco” nell’idea e nell’ambientazione?

Molto. La genesi del film è inconsueta, ci sarebbe un bel po’ da dire. Una forte volontà, coscienza, e consapevolezza dei confini dell’indipendente. Sicuramente qualcosa di “dionisiaco” nell’atto di lanciarsi da Reggio Emilia alla messa in scena di un film, e distribuendolo poi — per Ierà — in un panorama fatto di colossi e dinamiche molto chiuse.

Pier Vittorio Tondelli — “un gran scrittore, ma anche un gran frocio”: qual è il suo ruolo nel film?

Il ruolo di Tondelli è stato quello di darmi una forte ispirazione in fase di scrittura. È un autore che io amo molto, la persona che mi ha fatto conoscere la poesia — come egli scriveva di un autore Beat, nel suo ultimo romanzo. Un amore dovuto principalmente al suo rapporto con la provincia emiliana, all’esigenza di volerne essere ancora parte integrante, in maniera incazzata e morbida.

Sembra abbia rifiutato la proposta dei fratelli Vanzina di trasformare in film il suo romanzo Rimini. Cosa ci siamo persi?

Direi nulla… In una parola sola, che è anche un pezzo degli Offlaga: Lungimiranza.

Emilia Romagna, terra di personalità rivoluzionarie quali Fellini, Antonioni, Pasolini, Tondelli, ecc. Qual è il segreto di questa regione?

Questa è una domanda da porre a un qualche antropologo, o sociologo, probabilmente: difficile dirlo! Sono molto affezionato alla mia regione e alle persone che ci vivono — ancor di più, forse, a quelle che ci hanno vissuto —, o meglio, sono costantemente affascinato da entrambe. C’è comunque, anche nel contemporaneo, un bel fermento culturale. C’è volontà, criticismo, oltre che cretineria, certo. Queste credo siano le fondamenta lasciate in eredità da chi ci ha preceduto. I nomi che hai citato sicuramente ci hanno poi costruito in cima, e noi ora speriamo, quanto meno, di non distruggere nulla! Perché il resto somiglia sempre più a un castello di sabbia.

Quanto conta la sensualità nell’essere ribelli?

Molto. La sensualità è una cosa che ti rende immobile, ti fossilizza. Ti seduce, e tu continui a rimanere fermo, lì, incantato. È un’arma che un buon ribelle sa come usare, o che, irrimediabilmente, precluderà l’esito di come sarà gestita.

A proposito del tuo Abbasso il duce: che peso ha ai giorni nostri un montaggio sul fascismo o su certi illustri dittatori, al di là del fine documentaristico?

Abbasso il duce è una storia di cui io, insieme a un amico, Cosimo Bizzarri, sentivamo una forte esigenza. Una priorità, anche qui legata al nostro territorio. Una storia piccola e essenziale, che racconta di vicende umane, più che di dittatori. Poi quelli, certo, sono i cattivi, e ci devono stare! A parte questo, rispondendo alla tua domanda, dopo un po’ di anni da quando lo avevamo pensato e girato, ci diceva dove ci trovavamo in quel momento. Una cartina tornasole che volevamo per continuare a riflettere implicitamente sul passato. Per creare anche anticorpi sul presente, perché no?

Stanza 505: nulla di orrorifico, no?

No, no… Solo uno studio dove farsi gli affari propri il più possibile. Tenendo gli orrori fuori dalla porta.

La situazione del cinema italiano:

Qui ci vorrebbe una tesi, o almeno una tesina. Dura, mostruosamente dura, e svilente — nell’indipendente. Noi stiamo avendo anche fortuna — un po’ di merito me lo concedo — perché siamo stati “notati”, per così dire, come si fa con un buon calciatore under sedici, da un distributore regionale di zona. Ma sarà complesso uscire dall’Emilia, perché la promozione bisogna farla in condizioni di immediatezza, senza risorse, e contro dei colossi. E questo a volte è davvero frustrante. Dunque ci muoviamo dove c’è consenso. Ma è sempre più complesso informare, avere anche un piccolo spazio dove presentare il progetto. Poi, per chiudere con una nota positiva, questo incedere si porta appresso qualcosa che ci rende orgogliosi di quello che stiamo facendo io e Simona Malagoli, la produttrice factotum del film. Lo rende anche così squisitamente politico.

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