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The Van

Di Vincenzo Mancini

Potremmo non conoscerlo mai. O, al contrario, potrebbe concedere un’intervista cartacea nascondendo il suo volto. Comparire sul video catodico. O ancora, su una webzine come questa. E magari averlo qui di fianco, o al telefono, per raccontarci la sua storia. In realtà, chi si aggiudicherà l’imperdibile asta del Mean Machine dei Melvins avrà poco da raccontare.

Sarà quel furgone color legno e crema, polveroso, malandato e cupo, a raccontare la sua, di storia. I graffi non sono mai cosa gradita, i graffiti lo sono certamente di più, ma quando il “tratto” sulla fiancata è quello di Kurt Cobain, non resta che inchinarsi, e tanto di chapeu. Il tributo handmade by Kurt riguarda la storica rock band dei Kiss, un pittogramma come quello delle grotte di Lascaux che aumenta il valore del mezzo. Il Melvan, un Dodge Sportsman del ’72, utilizzato dalla band dei Melvins durante il tour per la East Cost, fu guidato più volte dal leader dei Nirvana. Biondo, dagli occhi tristi, il vento dell’Atlantic Seabord a scompigliare i pensieri di un’adolescenza spregiudicata e puntellata dai conflitti in famiglia. Con la prima chitarra a suonare quel qualcosa che sarebbe diventato grunge. Chitarrista mancino per scelta, avrà passato ore al lato guida masticando accordi impastati di sigarette e discorsi ispirati. Un album di ricordi su quattro pneumatici: una cifra d’asta a molti zero.

melvan

Non sappiamo bene cosa sia frullato per la testa a Ben Berg, bassista dei Weird Beast, e attuale proprietario del relitto. Quel che è certo è che ha deciso di approdare sulla più famosa piattaforma di aste online (eBay), per vendere un prototipo della storia della musica che lui stesso aveva ricevuto in dono nel 1992 da Kay Lukyn, madre di Matt, bassista dei Melvins. I soldi fanno campare, e a ben vedere doveva averne estremamente bisogno. Ma il potere del dollaro e della moneta sonante non risparmiano più nemmeno le emozioni o i ricordi incastrati nelle lamiere. Come la volta in cui, racconta l’ex frontman dei Melvins, Buzz Osborne, il furgone fu vittima di un incendio al motore. Le fiamme, soffocate in tutta fretta, ne compromisero l’utilizzo per i tempi a venire.

Interni cammello, imbrattati di vernice nera e adesivi del gruppo di Montesano, Washington, in cui Cobain mosse i primi passi. Circuiti elettrici a vista sporgono aggressivi dai cassetti sfondati, in un ambiente minimal troppo vuoto, troppo pieno di chilometri e avventure dell’incubo americano: non è necessario il tatto per avvertire la scossa. Crediamo sia sufficiente poggiare il culo su un sedile polveroso che trabocca di spugna, fissare il contachilometri rugginoso e fermo (un accelerometro invertito che rimanda ai primi ’80), percepire l’emicrania di una voce aromatizzata dagli oppiacei e dalle considerazioni. Occhi arrossati dal vento e dal fumo, qualche bottiglia di vetro in pausa sul pavimento del van, in attesa di un passamano. Strumenti, dagli angoli, attendono voci altere che sferzano l’aria, le menti, i pensieri.

Qualunque sia il prezzo, non potrà ricompensare la densità complessa degli stati emozionali. Chiunque sia il nuovo proprietario, molto probabilmente, non potrà raccontarci nulla.