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Marlene

Poche parole, dopo i fiori

Venticinque anni di Marlene Kuntz senza mai grandi sbavature. Conta di più essere coerenti con se stessi o stare al passo con la
tecnologia?

Io penso che per comunicare efficacemente, la sincerità sia l’aspetto fondamentale: comunicare ciò che uno, in cuor suo, sente. Emozionare cercando di trasmettere ciò che emoziona. Quindi, se un artista è emozionato dall’avanguardia e dall’elettronica, fa bene a usare questi strumenti. Se non lo è, fa bene a non utilizzarli.

Quand’è che si inizia a invecchiare?

È una domanda un po’ troppo vaga. Comunque, l’invecchiamento è un processo naturale e inevitabile. Si percepisce quando per far le stesse cose si fa più fatica.

Si è detto che siete l’unico gruppo italiano di rock. Qual è la vostra idea in proposito?

Evidentemente chi l’ha detto non conosce la scena musicale italiana, oppure ha voluto usare una sua definizione personale di rock. Il rock esiste da cinquant’anni: l’etichetta “rock”, che è, come tutte le etichette di generi musicali, una comodità per inquadrare con una parola lo stile di una canzone, è definita dalle centinaia di migliaia di canzoni rock che esistono nel mondo.

In che modo ha influito una città come Cuneo sulla vostra musica?

Il fatto di iniziare a suonare in una città di provincia un po’ isolata come Cuneo riduce i contatti e gli scambi con altri musicisti, e con qualche “scena”. Questo rende possibile lo sviluppo di uno stile più personale.

Per la copertina di Canzoni per un figlio vi siete affidati allo stile di Marco Cazzato. Lui dice che siete solo vicini di casa: tutto qui?

Secondo te, noi, al nono album, per la copertina ci affidiamo al vicino di casa? Ovviamente ci piace molto il lavoro di Marco. Amici in comune hanno permesso di conoscerci già da qualche anno.

Qualche parola, o aneddoto, sul capolavoro Musa:

Che significato ha avuto per i Marlene suonare al festival di Sanremo? Qualcuno non vi terrà il broncio?

Sanremo per noi è stata, ovviamente, l’opportunità per farci conoscere da tante persone che altrimenti non avrebbero mai saputo della nostra esistenza. Sperando che questa presenza aiuti un pochino anche la scena “underground” italiana (che è in difficoltà da troppi anni), e considerando poi che, di anno in anno, gli spazi televisivi per la musica sono sempre meno (quando abbiamo iniziato negli anni ’90 c’erano VideoMusic e MTV, ad esempio). È stata anche un’opportunità per suonare con Patti Smith, oltre che una chance, più unica che rara, di suonare con un’orchestra. Infine, dal punto di vista nostro personale, è anche stata una piccola sfida: perché il palco di Sanremo non è un palco facile, per nessuno. Qualcuno ci terrà il broncio? Sarebbe strano il contrario. È inevitabile. Qualunque cosa facciamo scontenta qualcuno. Agire cercando di non scontentare nessuno, oltre che praticamente impossibile, sarebbe comunque un modo per farsi influenzare dal “mercato”. Facciamo quindi ciò che ci sentiamo di fare, suoniamo le nostre canzoni. È il nostro modo di essere coerenti con noi stessi.

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