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Colas

Con Matteo Taranto

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Detto tra noi, quanto ti sta sul culo in realtà quel tronfione di Zanardi?

Il numero uno sono io. E Zanna non l’ha ancora capito. Sua mamma sì.

Da moscio l’abbiamo visto tutti, e non ci piove. Ma da duro, ce l’hai sempre più lungo di lui (ovvero di Pistilli)?

Da duro è come Pistilli, un metro e sessanta.

Quand’è che un genitore inizia a palpare il figlio davanti a uno specchio?

Durante l’allattamento. E a me piaceva giocare con le sue tette.

Pensi che tutti quelli che hanno “buoni voti a scuola”, come Infante, abbiano manie omosessuali represse?

Sì.

È uno sciocco luogo comune quello che dalle nostre parti se son sensibili e acculturate non si possono guardare mentre se si possono guardare non sono poi così sensibili e acculturate?

Non è un mio problema. Io scopo sensibili e insensibili.

“Ci facciamo?”

Quando?

//Stop!//

Matteo Taranto (scuola dello Stabile di Genova), è già lì per prendere il treno da Termini per tornarsene a casa, quando arriva la chiamata per Colas. In che modo ha influito questo personaggio sulla tua carriera?

Non ha influito granché sulla mia carriera, o sulla mia vita. È stata la scelta di fare l’attore. Di inseguire un percorso artistico. Colas l’ho amato non solo perché ha rappresentato il mio debutto cinematografico, ma perché amo i personaggi che nascondono dietro un’apparente forza, grandi fragilità. Pieni di vita e di morte. Il giorno della chiamata fu un giorno meraviglioso, era come aver vinto un mondiale da solo. In stazione urlavo e gridavo come un bambino, infischiandomene di quello che dicevo e di quello che pensava il mondo intorno a me. Non ricordo se ho preso il treno o se sono tornato. Stavo in una casa squallidissima di proprietà di un cuoco nazista, mi aveva affittato una stanza. È tornato a prendermi con una Harley Davidson per accompagnarmi da lui. Mi era stato consigliato da un conoscente, un’altra storia…

Com’è la vita nella capitale romana?

È spesso molto monotona. La gente crede che gli artisti siano costantemente presenti a feste, set, red carpet, serate mondane, circoli intellettuali. Invece trascorrono la maggior parte del tempo in attesa che squilli il telefono per sentirsi proporre un provino. Personalmente non mi rapporto solo con attori e addetti ai lavori, la vita è fuori, e per chi fa un lavoro come il mio, c’è bisogno di quel fuori per riempire i personaggi che interpreta. Amo lo sport e le serate piacevoli con persone a me care. Poche ma buone.

Progetti in vista?

Ho da poco finito una fortunata tournée teatrale con Roman e il suo cucciolo, diretto da Alessandro Gassman (Ubu come migliore spettacolo dell’anno 2010), e i primi di Marzo andremo a girarne la versione cinematografica a Latina, in un campo nomadi. Si parla di integrazione e di rapporti difficili fra un padre spacciatore e un figlio giovane e con altre ambizioni. Sarò “Dragos”, un amico del padre, un losco figuro pappone attraversato da brevi momenti di umanità. Sto scrivendo un testo teatrale che parla dei “dimenticati dell’olocausto”: disabili, zingari, omosessuali… Infine, altro progetto è quello di scappare in un’isola caraibica e vivere di amore, kitesurf e pesca.

“Non c’è nulla di più comune del desiderio di essere importanti”, “Può ben dire la sua un leone, quando a dir la loro ci sono tanti asini in giro”: delle due Shakesperiane, quale reciteresti con più ardore?

Sono le frasi che mi piacerebbe poter gridare in certe aule che gestiscono il potere, dove c’è molta gente che invece di pensare a fare qualcosa di importante, pensa solo a cosa fare per essere importante. Nella mia vita ho imparato che sono le azioni quelle che contano, come su un palcoscenico. Sono le uniche che possono cambiare il mondo. Più delle parole.

La situazione del cinema italiano:

La situazione dell’intera cultura, in Italia, è ai minimi termini. Gli attori non sono difesi, e pur di lavorare, accettano anche pochi euro. Inevitabilmente a risentirne è la qualità dell’insieme e dell’umore. La gente deve sapere che per un nome che guadagna centinaia di migliaia di euro ci sono mille disperati alla ricerca di una scrittura. Qualcosa che li impegna per pochi giorni, e poi li lascia a casa per chissà quanto. Posso solo augurarmi che cambino molte cose. Il nostro presidente del consiglio suggerisce a noi giovani di essere disposti ad andarcene dall’Italia. Dal canto mio, anch’io suggerisco a lui e a tutta la classe politica che ha fatto l’Italia di oggi di essere disposti ad andarsene via. Di lasciare alle nuove generazioni la possibilità di ridisegnare una nazione.

Thanks