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Poeta, Punk, Ribelle

Jim Carroll, secondo F.T.Sandman

Cos’è che viene subito da dire, entrando nel mondo di Jim Carroll?

Jim è uno di quegli artisti talmente grandi che non riesci a spiegarti come sia possibile che sia conosciuto da una nicchia così ristretta di persone. La sua visione poetica, la sua forza narrativa, e la sua musica, hanno elevato il connubio poesia/rock a uno stato non immaginabile prima di lui. Ho scritto di Jim perché è stato grazie alle sue opere che ho iniziato a scrivere, a fare poesia e anche musica. Il suo esempio mi ha dimostrato che anche venendo dal basso, anche avendo vissuto storie brutte che ti segnano la vita già da ragazzino, puoi rincominciare da capo, e da quei momenti tristi tirar fuori qualcosa di artisticamente valido.

Qual è la scena musicale in cui prende forma il suo stile?

Nel primo album, Catholic Boy, egli prende spunto dal punk newyorkese del periodo: un genere raffinato, e dal forte contenuto poetico riguardo i testi. Uno stile a cui si sono ispirati artisti come Patti Smith, Richard Hell, i Television, tutta quella scena lì, insomma. Con i successivi lavori si sposta verso la no wave, abbandonando il punk classico. Anche perché nel frattempo la Jim Carroll Band subisce cambiamenti importanti al suo interno.

“Teddy sniffing glue, he was 12 years old
Kathy was eleven when she pulled the plug
Bobby got lukemia, 14 years old
he looked like 65 when he died
he was a friend of mine”…
I primi versi di People who died sono solo l’inizio di una folta lista di amici e persone morte in circostanze tragiche. Jim conosceva fin troppe persone, o è stato solo un po’ sfortunato?

Jim racconta la realtà della strada e dell’eroina. E quella realtà non fa sconti, chiunque ha avuto la sfiga di nuotarci dentro sa che le lapidi sono sempre troppe.

Hai conosciuto i componenti della sua band: la cosa che ti è rimasta più impressa di loro?

Sono tutti molto diversi. Non c’è un denominatore comune, se non quello di essere consapevoli di aver lasciato qualcosa di indelebile con la loro musica, di aver vissuto una stagione artistica, per certi versi, irripetibile.

“Essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno” (cit. Johnny Rotten)… A parte la sua esperienza di marchettaro, Jim ha avuto a che fare con gente “di strada” come Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Quanto ha influito sul punk, la beat generation?

Patty Smith ha definito lo scrittore beat William Burroughs il padre del punk. Checché se ne dica, è un genere che ha origine a New York da un gruppo di poeti con velleità canore, che usano le chitarre per accompagnare i loro reading fino a farli evolvere in vere e proprie canzoni. Si riconosce, come primo manifesto punk della storia, il disco Blank Generation, di Richard Hell. Ed è proprio da lui (sia come immagine, che musicalmente) che Malcolm McLaren prende l’idea per tornarsene in UK a formare i Sex Pistols. Lo stesso Hell, prima di essere un cantante, era uno scrittore e un poeta: il cerchio si chiude.

Impressioni sul suo racconto Basketball Diaries:

Un capolavoro assoluto. Pensare che l’abbia scritto tra i dodici e i quindici anni fa venire i brividi. Il film, invece, nonostante la bravura di attori come Di Caprio e Whalberg, poteva essere fatto decisamente meglio. Il finale è quasi un insulto al libro.

Negli ultimi tempi, prima dell’infarto, Jim appare piuttosto scheletrico e provato. Che gli stava succedendo?

Soffriva di una sindrome da malassorbimento. Si tratta di una patologia che rende incapaci di assorbire nutrimento dal cibo. In più aveva problemi circolatori particolarmente gravi.

Oltre ad aver influenzato generi musicali, o libri quali Il corvo, Trainspotting e Acid House, quale eredità ci lascia?

La benedizione di una visione pura e accecante. Una visione capace di illuminare tanto il cucchiaino annerito di un tossico, quanto i libri di un giovane studente che ancora non si fa la barba. La sua visione è come il vento, capace di attraversare tutto. Un anno fa facemmo una serata tributo a Carroll dove divisi il palco con Massimo Volume, Manuel Agnelli e tantissimi altri esponenti della scena rock italiana. Tutti noi, chi in un modo, chi un altro, eravamo stati influenzati da Carroll.

La sofferenza (fisica e dell’animo) è una caratteristica indispensabile per un “ribelle”? O credi sia sufficiente una cresta ed essere incazzati con tutti?

La ribellione è uno stato mentale che non prevede l’essere per forza incazzati con il mondo, o presi male, con un ciuffo di capelli in testa che sembra rubato a un gallinaceo. Si può essere ribelli sorridendo, dissentire dal sistema danzando, o attaccare Babylonia con ironia. Prendi Bob Marley: non mi sembra avesse la cresta.

A proposito della poesia Valentine, “ricavata” invertendo l’ordine di parole di una lettera, credi sia un metodo di composizione credibile e applicabile a ogni tipo di testo?

A volte pensiamo a Carroll come a un uomo distrutto dalla vita, un pessimista cronico. In realtà era esattamente l’opposto: ironico, divertente e molto curioso. Uno che aveva voglia di sperimentare divertendosi. Valentine, secondo me, va vista in quest’ottica.

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