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Frigidaire

"Dire la verità è un atto rivoluzionario" G.Orwell e A.Gramsci

Chi è Vincenzo Sparagna, fuori della dimensione professionale?

Nel mio caso, non parlerei di una dimensione professionale in senso stretto. La mia vita “professionale” è infatti sempre stata una naturale proiezione di quello che vivevo come persona. Sin da ragazzo la mia passione per il disegno, l’arte, la scrittura, si è fusa con la scelta di lottare contro le ingiustizie di questa società. Direi che la mia unica vera professione è stata fare il rivoluzionario. Sia nel senso dell’agire politico e organizzativo, che in quello di comunicare. Del resto non ho mai concepito la rivoluzione come una scelta solo etica, ma anche estetica. Se dovessi citare gli autori che mi hanno influenzato di più, metterei sullo stesso piano Marx, Dostoevskij e Bosch. Senza dimenticare l’esempio di mio padre Cristoforo Sparagna: prima navigante, poi studioso autodidatta, infine poeta, scrittore e pittore. Una vita interamente dedicata all’ideale, pur nelle difficoltà quotidiane più ardue. Perché scegliere una vita irregolare non è facile. Io stesso ho cominciato a lavorare sin da adolescente, e sono andato all’università solo grazie ai buoni voti presi al liceo, per i quali ho ottenuto l’iscrizione gratuita. In seguito ho impiegato ben nove anni a prendere la laurea in Lettere, sempre lavorando e militando. Oggi sono lo stesso rivoluzionario e artista precario di sempre, ma, essendo anziano, sto per ottenere il mio primo reddito fisso, ovvero la pensione sociale minima.

In una società come la nostra, che da una parte si indigna per certi comportamenti infidi e accentratori, mentre dall’altra pensa piuttosto a pararsi il culo giacché “chi glielo fa fare”, in cosa trova ancora senso la denuncia?

Dire la verità, dicevano Orwell e Gramsci, è un atto rivoluzionario in sé. Aggiungerei che ha senso anche se nessuno ci ascolta, perché dona serenità. Anche se a volte sembra di pungere un elefante con uno spillo. Del resto il gigante Golia venne abbattuto, contro tutti i pronostici, dalla fionda del piccolo Davide. L’importante è lanciare pietre contro il potere, che è la quintessenza della menzogna. Può darsi che non lo si sfiori neppure, ma può anche succedere che lo si colpisca. Inoltre, sono convinto che “pararsi il culo” porti dritto all’infelicità. Magari ho letto troppi romanzi d’avventura e visto troppi film d’azione, ma non c’è niente di meglio per noi deboli che far abbassare la cresta ai prepotenti. Frigidaire è come una fionda per tanti piccoli Davide. La speranza è che anche i nostri Golia finiscano per beccarsi prima o poi un ciottolo in fronte.

Limiti e vantaggi della satira:

L’unico limite, il rischio mortale della satira, è scivolare nella innocua barzelletta, che è tipica degli oppressi rassegnati (del genere “non ci resta che ridere”). Il vantaggio principale è invece di poter raccontare la realtà per vie traverse, senza bisogno delle prove di cui necessita la cronaca. Naturalmente vi è un fossato netto tra la satira/barzelletta e la satira/denuncia. Anche se sembrano simili, sono assolutamente opposte. Non a caso i satiri barzellettieri, o da salotto, sono elogiati e ricoperti di denaro dagli stessi potenti che apparentemente prendono in giro, mentre i veri satiri sono quasi sempre perseguitati. Ma la vera satira ha dalla sua l’arma dell’ambiguità, dello spiazzamento, e questo rende talvolta difficile colpirla direttamente. Ecco un altro vantaggio: la satira è guerrigliera, morde e fugge, colpisce e si ritira, ferisce avendo l’aria di accarezzare. Tuttavia anche la vera satira ha dei limiti, che definirei estetici. La satira è un’arte, dunque ha bisogno di stile, rigore, bellezza. Non basta dire che il potere fa schifo, bisogna anche dirlo in modo artistico, poiché la mancanza di bellezza e il cattivo gusto uccidono anche le buone idee.

Quali sono le differenze sostanziali tra racconto scritto e racconto illustrato, al di là dell’immediatezza del messaggio?

Il racconto scritto gioca sull’ambiguità figurativa della parola, sull’evocazione. Il racconto disegnato lavora sul fascino dell’immagine, che è anch’essa evocativa, ma in modo capovolto rispetto alla parola. Sia l’uno che l’altro tipo di racconto hanno bisogno di uno stile che ne esalti le qualità. Non bisogna mai dimenticare che la narrazione della realtà è sempre diversa dalla realtà stessa. Dunque, rappresentare la realtà nella sua vivezza, senza mortificarla o appiattirla, è il frutto non di una scelta tecnica, ma della qualità artistica scritta o disegnata, filmata o fotografata.

Un’opera d’arte può definirsi tale anche se non è “maivista”?

A parte lo specifico carattere storico dell’Arte Maivista, una categoria ironica, un movimento inesistente che ho inventato insieme ad Andrea Pazienza, riferendomi all’arte mia e sua e, per estensione, all’arte di Frigidaire in generale, direi che qualsiasi arte o è “maivista” o non è. Non nel senso della “novità”, ma perché raccoglie in sé una indefinibile giovinezza dell’immagine che la rende eternamente nuova. Per questo, ogni volta è come se un’opera d’arte la si vedesse per la prima volta, anche quando la si conosce benissimo. Così la Gioconda è un’opera maivista, pur essendo il quadro più visto e riprodotto della storia dell’arte. C’è una sorpresa nell’arte, è il suo cogliere un segreto, un lato misterioso della realtà. L’arte è una mimesis che non è la realtà. Eppure la modifica, la riscopre, la rende stupefacente: appunto, maivista.

Sono davvero “sempre i migliori quelli che se ne vanno”?

I migliori se ne vanno (come i peggiori) talvolta prima, perché hanno sfidato i confini della vita con più coraggio, più sprezzo del pericolo. Ma non bisogna farne una filosofia. Non è vero che Dio chiama a sé solo gli eroi. Fortunatamente, prima o poi, se ne vanno (all’inferno) anche i peggiori. Io ho visto morire molti dei miei più cari amici artisti e tanti compagni di lotta che avevano un’anima grande come l’universo. Ma ho visto anche cadere nella polvere gentaglia che meritava solo di scomparire. Di certi morti rimane un ricordo, un’eco immensa, di altri tutto svapora presto nel silenzio. È una cosa che riguarda sia i buoni che i cattivi. Ma anche la polvere dei buoni è oro, a fronte della polvere dei malvagi.

“Visto il ritardo con cui l’oggi diventa davvero oggi” (cit.tua – senza offesa): qual è il comportamento che conviene adottare quando si hanno idee, passione, e progetti ritenuti validi ma “non in linea” coi tempi?

Siamo noi a decidere cosa è in linea con i tempi e cosa no. Siamo sempre noi a scegliere quale futuro dare a noi stessi e quale presente vivere. Non bisogna mai seguire i tempi, ma anticiparli, inventarli, crearli. In questo senso l’oggi è una intuizione, un’illuminazione. Per la grande maggioranza, condizionata dalle subculture dominanti, l’oggi è una semplice parola che rinvia a cose già decadute o vane, come la moda. Per altri, i rivoluzionari (le minoranze attive), è una scommessa sul futuro. Io preferisco questo secondo approccio.

È l’ineluttabile destino di un genio quello di essere travolto dalla vita?

No, non è un destino ineluttabile, anche se accade spesso. Perché nuotare controcorrente è più faticoso che lasciarsi trascinare verso la foce senza nemmeno dover nuotare. Succede anche che sia il genio a travolgere la vita. Certe volte egli sa creare (per restare nell’immagine del nuotatore) un tale sbarramento, a forza di braccia, che il corso del fiume cambia direzione, le acque escono dal loro vecchio letto, e nuove terre vengono fertilizzate.

Qual è l’eredità culturale del ’77?

Direi che il ’77 segna il punto di svolta tra un ciclo di lotte che, sia pure in modo originale, avevano come riferimento (anche critico) la rivoluzione d’ottobre, e un nuovo tipo di movimenti che vedevano quell’esempio lontano con sempre maggior fastidio (fino a liberarsene del tutto). Naturalmente, questo passaggio non nasce nel mondo delle idee, ma nell’universo pratico della produzione capitalistica. Alla fabbrica fordista, fondata sull’operaio massa e la catena di montaggio, si sostituisce una fabbrica sempre più computerizzata. Il lavoro cambia carattere. Le nuove figure sociali proletarie sono disperse nel sociale, hanno funzioni diverse. La grande fabbrica tende a frantumarsi. Da ciò la nascita di quella che Asor Rosa chiamò la seconda società, la società del precariato, della flessibilità negativa, della piccola e piccolissima impresa che maschera nuove figure proletarie, magari con partita iva. In parallelo con questa mutazione, il movimento, o meglio, i movimenti diventano sempre più creativi, parziali. Sempre meno politici in senso generale. Viene scoperta la centralità della comunicazione (anche Frigidaire ha origine nella creatività comunicativa del ’77). Le nuove tecniche di comunicazione vengono esplorate con sempre maggior vigore. In questo senso io credo che i gruppi armati, che dominarono la scena mediatica e politica nel finale degli anni ’70, non avevano affatto origine nel ’77, ma erano invece l’espressione ultima di una sconfitta profonda delle ideologie terzinternazionaliste, operaiste (ecc.) che avevano fatto breccia in tanti gruppi post ’68.

La tua definizione di “punk”?

Punk in inglese vuol dire “marcio” oppure “sciocchezza”, ma ha pure i significati arcaici di “puttana” o “vagabondo”. A me, per assonanza con l’italiano, e pensando alle prime creste di capelli dei punk inglesi, ha sempre ricordato qualcosa che “punge”. Mi piace pensare che questo pungere sia un bello spillone che ferisce le natiche del potere. Naturalmente, c’è un punk sostanziale, che è tuttora vitale nelle forme più varie, anche senza creste ecc., e un punk modaiolo, che è noioso e superficiale. Penso che il punk è uno dei modi, una delle forme della rivolta contemporanea, contro una società in agonia che rischia di soffocarci tutti tra veleni e guerre senza fine.

Thanks


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