News

Auff!

Con Luca Romagnoli

“La misura dell’amore è amare senza misura”, Sant’Agostino

Il palco è una corsia d’ospedale. Reparto di un’esistenza fattasi tronfia e insostenibile. Il leader s’agita fuori di sé, danzando male e scomposto, marciando e colpendo, intanto che tutto è già stato detto. Tutto è da tirare in ballo, da rimettere in gioco. Da essere offeso e deriso. Mischiato ai rifiuti. Al porno e alla chirurgia plastica. Alla “mortal visione poetica” di un qualche sobborgo inghiottito dai cantieri e dall’umidità. Schizoide. Clownesca. Senza più alcun decoro o gravità. Il leader sta dritto, sotto i riflettori, com’è destino. Fissando un punto, poi un altro, di uno spazio indefinito. Egli narra, attraverso il mito, o i dialoghi scabrosi con stupide amanti, vittime dei sortilegi dell’endecasillabo. Ridicolo, altisonante. Senza più un’epoca. Torna a scomporsi, costui, invitando gli astanti a fare altrettanto. Probabilmente, la soluzione è distruggere. Inscena un sacrificio. Un ruolo che sembra non appartenergli, intanto che parla di Majakovskij e di Dio, dei gabbiani che volano sul mare e sulla discarica. Della morte nei palazzi senza luce. Di malinconia, condizione irreversibile. Ci stupendiamo.

Salve a tutti!

Hola, Luca. Allora, lasciando perdere la curiosità sul nome della band, ecc… O ne vogliamo parlare? Sì, parliamone. Metti che uno vuole chiedere un vostro disco al negoziante di turno…

I dischi li vende solo Checco Zalone.

Management del dolore post-operatorio…

Si fa un incidente d’auto, e ci si ritrova in ospedale a ragionare sulla vita, sulla morte… Soprattutto sul dolore. Alla fine, il dubbio vince su tutto. Ma una cosa è certa, palese, e anche ovvia: il contrario delle cose. Il contrario del dolore è il piacere. Il Management è l’esasperazione dei sentimenti. L’anarchia dei sentimenti come unico antidoto alla morte giornaliera di ognuno di noi. L’esagerazione del piacere. Il piacere moltiplicato per se stesso. Anche il piacere per il dolore. La voglia della voglia, il porno, quello che volete. Ma, in due parole, è anche la più estrema normalità. Il trattare in maniera rigorosa e scientifica la nostra felicità, quasi fosse niente di speciale.

Quand’è che ti sei accorto di voler fare questa vitaccia?

Quando avevo tre anni, e a Natale raccontavo a tutta la famiglia una barzelletta su un tizio che voleva il cazzo più grosso. Non sapevo cosa significasse quella storia delle pillole e del pisello lungo, ma tutti ridevano, e tutti erano felici. Adesso ho ventisette anni, e se dico “cazzo”, mia madre mi rimprovera.

Un tempo la rockstar c’aveva le pezze al culo, e forse un diploma. Oggi?

Oggi qualcuno ha una laurea — io no —, ma tanto è lo stesso. Le pezze al culo tra qualche tempo ce le avremo tutti, e le rockstar sono un’invenzione del mercato discografico. Adesso se ti spari in bocca non ti si caca nessuno, ed è decisamente meglio così. La morte si sconta vivendo.

A guardarci bene intorno, sembra che alla fine i mass media e la “normosità” l’abbiano spuntata. Da una città all’altra, pensiamo e ci esprimiamo più o meno alla stessa maniera. Com’è la tua città?

Nella nostra città, Lanciano, non succede mai niente. L’altro giorno hanno ucciso un tizio a coltellate, e tutti erano contenti. Avevano qualcosa di cui parlare. Un po’ di adrenalina, girando la notte per le strade. Per quanto riguarda la vittoria dei mass media, il discorso è semplice: qualcuno ha detto “a un certo punto della storia ha vinto il cattivo gusto”.

“Ti piaccion le sbarbinei”?

Ci piacciono le sbarbine, e forse abbiamo cominciato tutti solo per rimorchiare di più — come disse Claudio Baglioni. Non abbiamo grossi legami coscienti, o studiati, con qualsivoglia scena musicale. Se così fosse, in ogni caso non risponderei a questa domanda. Puoi chiedere a un pittore di spiegarti il suo quadro, se glielo chiedi hai tutte le ragioni per farlo. Se lui ti risponde, è un coglione.

E a proposito della presentazione annullata a Roma: la neve, ti piace?

La neve mi fa impazzire, adoro restare a casa con i piedi poggiati sul caminetto. La serata prima o poi si recupera. E provo un certo piacere nel vedere che la natura l’ha ancora vinta sull’uomo e sui mercati ortofrutticoli.

L’amore… È “tutto un porno”?

L’amore è un’invenzione di qualche poeta. E la sofferenza per amore è un’invenzione del cinema americano. Adesso, alle coppie piace litigare, e se non soffri come un cane, vuol dire che non ami o che non hai mai amato. Bah, sarebbe bene rinnovarsi un pochino, soprattutto sessualmente. Sarebbe bene guardare più spesso i siti porno. C’è gente che fa all’amore ancora con la luce spenta — ma che gusto c’è?

Il rifiuto cazzuto per ogni forma di controllo è solo roba da giovani?

Non è roba da giovani, è roba da figli. Figli dei propri genitori, figli del posto di lavoro. Figli di questo potere. Finché si ha qualcosa da guadagnare — eredità, stipendio, calci in culo — si obbedisce a tutti. Se non te ne frega un cavolo, e non hai bisogno di niente, non sei figlio di nessuno. L’anarchia è un concetto molto individuale, a mio parere. Non si deve appartenere a nessun gruppo o partito, e se la propria idea è condivisa da qualcuno, allora è sbagliata. Per cancellare l’inconscio sociale dobbiamo annullarci “dalla società”. Insomma, ce ne dobbiamo andare a fanculo da un’altra parte. Solo l’eterno movimento è garanzia di rinnovamento. Anche in senso di moto a luogo. Muoversi, spostarsi, oltre che cambiare sempre idea.

Baudelaire, Bukowski, Edgar Allan Poe… “Auff”?

Ci sono persone e gruppi musicali che se la tirano ancora scimmiottando Baudelaire e Rimbaud. Che palle. Non faccio nomi — i Baustelle, ad esempio. Siamo tutti uguali, eccheccavolo! S’è detto: Marilyn Monroe e James Dean erano operai dell’industria cinematografica, tanto quanto noi siamo operai della fiat. Punto. Basta con queste chiacchiere sui miti. E basta con le maglie di Jim Morrison. Le donne della tv senza trucco e senza plastica fanno schifo, lo sanno tutti. La gente è incapace di amare. La gente non sa fare l’amore. Dura poco.

Fammi tu una domanda.

Quando ero piccolo facevo merenda con mio nonno, davanti al focolare, e lui mi preparava pane, olio e pomodoro. Mentre mangiavamo e ci scaldavamo i piedi, mi chiedeva sempre: “È meglio il pane o il fuoco?”. Ora, ditemi voi se questo dilemma non vale tutto il pensiero di Socrate o Platone.

Thanks.

Grazie a voi.

Video