News

Freelance Photographer

Non solo copertine, riviste e concerti. Ilaria Magliocchetti messa a fuoco

Come ti è venuto in mente di fare questa vitaccia? “A casa che dicono”?

Credo di aver avuto la fortuna e l’incoscienza di poterci provare. A casa mi hanno sempre incoraggiata. Ho iniziato a lavorare abbastanza presto rispetto alla media di quelli che invece fanno gli universitari. I miei vedevano che mi davo da fare e avevo dei riscontri, mentre i miei coetanei ancora studiavano, quindi, non si sono mai lamentati, anzi.
Ho la fortuna e la voglia di impegnarmi e sacrificarmi per quello che amo, non è una vitaccia. Mi sento parecchio privilegiata.

Oggi sembra che basti possedere un bolide di camera per definirsi in tutta coscienza dei fotografi freelance. Un tuo parere spassionato?

È così, purtroppo, ma che posso farci. Non vale la pena lamentarsi e fare distinzioni tra fotografi di seria A e serie B. La strada è lunga per fare davvero questo lavoro, per crearsi un linguaggio personale. Per dire qualcosa e uscire dalla massa. Bisogna essere costanti, non buttarsi giù, nutrire ogni giorno la tua passione e il tuo talento. Io vado avanti per la mia strada e mi curo poco del resto. Poi credo che l’ego uccida il talento, io inizio a considerarmi fotografa solo adesso, figurati.

Non è sempre una passeggiata avere a che fare con un artista, dirgli cosa fare, come posizionarsi. Hai un tuo sistema infallibile?

Non è una passeggiata, per niente. L’unico sistema infallibile, che poi non è un sistema, è trovarsi bene umanamente, non prevaricare, non volersi imporre. Le cose vengono sempre naturali per me, e non ho mai avuto grandi problemi. Al massimo vengono foto non eccezionali, questo sì. Devo ancora imparare a tirare fuori il meglio da alcuni artisti, a spingerli più oltre il limite, in questo senso sono molto delicata. Non cerco mai l’immagine spettacolare, l’attimo di follia, o creare la situazione strana. Preferisco tirare fuori un ritratto vero, che dica chi è quell’artista, quella persona. Immergerla in un ambiente che sente suo o che gli è affine. Con quelli più rigidi a volte dico “dai non preoccuparti, tanto siamo in digitale, se viene male la cancello e non la vede nessuno. Se invece viene bene è una bomba!”. Altrimenti si parla prima un po’ e ci si chiarisce insieme su alcune cose. A volte gli artisti vogliono essere rassicurati sul fatto che non verrà “violentata” la loro immagine. Ormai ho un portfolio abbastanza buono, quindi quando vedono le mie foto di solito sono tranquilli e si fidano.

I set te li programmi prima o ti affidi all’ispirazione del momento?

Quando posso me li programmo prima. Come ti dicevo, faccio un lavoro abbastanza attento sulle location, quella è l’unica cosa che davvero organizzo quando posso. Poi il resto viene da sé.

Vantaggi e svantaggi dell’essere donna in questo mestiere.

I soliti, niente di più o di meno. Alla fine, fortunatamente, è un mestiere meritocratico. Conta il valore del tuo lavoro. Credo sia importante chi sei, a livello umano e nel rapportarti con le persone, non il tuo genere.

Hai raggiunto un ruolo piuttosto riconosciuto nell’ambiente alternativo. Fuori dell’underground, “cosa fai nella vita”?

L’underground è un microcosmo strano, ormai non è neanche troppo piccolo, ma è proprio un’altra cosa. Cioè, se frequenti anche persone che non hanno nulla a che fare con quell’ambiente, e mi succede, magari conoscono un gruppo su dieci di quelli con cui lavori. Quindi anche questa cosa è molto relativa.
Devo dire che non c’è troppa distinzione tra quello che “faccio per lavoro” e “quello che faccio nella vita”. Si fondono abbastanza. In generale, sono sempre immersa nella musica, anche perché poi, ormai, metà dei miei amici sono musicisti. Penso che le uniche cose per cui valga la pena spendere soldi siano: i concerti, le cene fuori con gli amici o con la persona che ami. E i viaggi, piccoli o grandi che siano. Faccio questo nella vita. E in mezzo c’è qualche foto.

Mick Rock, celebre per essere riuscito a immortalare gente come Syd Barrett, Lou Reed e Sex Pistols, dice di non essere mai stato interessato alla fotografia di per sé, ma piuttosto alle vite delle persone. È così anche per te?

Assolutamente sì.

Maestri a cui sei affezionata?

Beh, se si parla di maestri, sicuramente Avedon, e le prime foto di Annie Leibovitz (quelle più semplici, senza grandi produzioni: tipo Johnny Depp che abbraccia Kate Moss nuda sul letto, cose così). Anton Corbijn, Kevin Westenberg, Francesca Woodman, e poi tanti fotografi contemporanei magari non troppo conosciuti. Anche alcuni amici che per me sono maestri.

Colui che ti piacerebbe (o ti sarebbe piaciuto) fotografare assolutamente.

Kurt Cobain. È banale, lo so, ma aveva degli occhi pazzeschi, e ogni sua foto dice tantissimo, al di là di chi l’abbia scattata. Era comunicativo in una maniera incredibile. Adesso, Ani di Franco, una delle donne e musiciste che stimo di più in assoluto, e Thom Yorke, perché credo sia uno dei geni musicali dei nostri tempi.

“La crisi”… Che foto sarebbe?

Vorrei darti una risposta simpatica e brillante, ma non mi viene in mente nulla. Questa domanda è “la crisi”. Se rispondo cose scontate sono banale. Ecco, sono in crisi io, adesso.

Thanks.

De nada.

Questo slideshow richiede JavaScript.