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Ridi Scemo

Con l'Appino

Il servizio civile è riuscito a mandare all’aria il tuo sogno olandese. Non sei un po’ incazzato?

Nessun sogno mandato all’aria. Semplicemente avevo vent’anni e volevo starmene in giro per l’Europa. Lì per lì, quando mi hanno richiamato in Italia in modo coatto, mi sono incazzato come una bestia, certo. Ma come le migliori favole, una volta tornato, ho contattato questo tipo più grande, Ufo, per fargli riformare gli Zen che avevo abbandonato quando son partito per i Paesi Bassi. Così, senza aspettarmelo, ho creato i presupposti per i due anni più belli della mia vita e, di lì in poi, tutto quello che è successo fino ad ora. Quindi, tutto torna. Ed ecco perché non sono mai più ripartito.

Curiosità: come ci sei finito in quella cadillac rosa assieme a Pelù, Verdena e Capovilla?

In realtà eravamo io, Pierpaolo e Little Tony. Ci siamo tutti finiti tramite Stefano Rocco di RockIt, che al tempo lavorava in Rai. Sarebbe davvero divertente, oggi, se qualcuno mettesse su YouTube quel programma.

Dopo dieci anni circa di attività sei finalmente riuscito a comprarti la macchina, grazie al successo del vostro sesto album. Tutto questo tempo per mandare “tutti affanculo”?

Già, due anni fa. In effetti avremmo potuto pensarci prima. Ma con gli Zen niente è calcolato, niente capita per hype o grazie alle mode del momento. Quello che siamo è solo una somma di eventi, tanti, senza i quali non saremmo assolutamente come siamo adesso.

Che ne è stato di Nello il camper?

Tasto dolente: continuo a pagare il bollo, in quanto non lo abbiamo mai rottamato. È rimasto nel piazzale di un concessionario, in attesa di una riparazione mai avvenuta, da anni. Il concessionario ci chiede oggi un pacco di soldi per gli anni di deposito, noi crediamo sian troppi. Nel frattempo marcisce lì, ancora intestato a me, Teschio e Ufo. Incredibile.

Da queste parti la gente sembra preferire certi tipi di trattamento (essere presa per il culo, per intenderci) ad altri più limpidi e discreti, ambienti affollati e rumorosi ad altri più quieti e a misura d’uomo. A loro tu auguri un outlet infinito. Ma non ti garberebbe che il tuo album ne occupasse un’intera vetrina?

Ci sono molti modi per comprare i dischi, possibilmente eviterei il centro commerciale. Spendere il proprio tempo libero nei centri commerciali è fuori da ogni logica che io possa anche solo comprendere, mi dispiace, son limitato da questo punto di vista.

A inizio carriera sono in tanti quelli che tentano la carta dell’english song. Credi che passare a scrivere testi nella propria lingua madre sia segno di maturità?

No, almeno nel mio caso. Nessuna maturità, come anche nessun calcolo. Volevo farlo prima, ma i risultati erano al di sotto delle mie aspettative e quindi tergiversavo. Infatti appena sono arrivate un po’ di canzoni in italiano che abbiam trovato valide, le abbiam subito pubblicate (Nello Scarpellini, 2005) e da lì abbiamo fatto un graduale passo nella lingua di Dante, fino al tuffo completo di Andate tutti affanculo.

C’è speranza di riuscire a sfondare all’estero cantando nella lingua di Dante?

Che ne so, di certo non hanno problemi con la nostra lingua. Quando siamo andati in Australia, ad esempio, le canzoni preferite della gente erano Figlio di Puttana e Vana Gloria. Una questione importante è che abbiamo pochi (nessuno) addetti ai lavori capaci di promuovere degnamente l’estero, anche per la mancanza di credibilità che ci siam costruiti come manager di noi stessi, e non certo di musicisti. E purtroppo in mancanza di queste figure fondamentali anche le migliori band devono farsi un culo così per operare nel metodo “porta a porta” in Europa. Che tu stia cantando in inglese, italiano, tedesco e/o francese.

Dopo Nati per subire: ridere è solo da “qualunquista”, o “ride bene chi ride ultimo”?

Ridi scemo. E parlo a me stesso quando lo canto, perché rido sempre troppo e di gusto.

Oltre a ridere, siete anche un po’ seri?

Molto più di quel che sembriamo. Chi si ferma all’apparenza (e son molti) ci crede dei totali imbecilli. E va bene così, fa tutto parte del gioco.

Gli Zen e il successo (?):

Gli Zen sono il mio lavoro da quattro anni, e ci campo più che degnamente da almeno due. Più precisamente ci campiamo noi tre della band e altri quattro della crew, giusto per parlare della nostra attività live. Questo è possibile solo se hai avuto un po’ di successo. Ma è una brutta parola “successo”, preferisco “seguito”: abbiamo un bel seguito fatto di ragazzi e ragazze (tutti belli come il sole) che ci vogliono bene, si fanno chilometri per i nostri concerti, e si riconoscono in quello che facciamo/cantiamo. Altro che successo.

Lentamente, la scena alternativa sta conquistando spazio “in tutti i negozi”. Ti garba o c’è qualcosa che non ti torna?

Sarò sbrigativo: me ne fotto. In quel caso si tratta solo di musica in un negozio. Nella vita reale è un altro discorso, troppo ampio e spinoso da trattare in un’intervista.

Gli Zen e il social network:

I social network sono ok, li usiamo molto e sarebbe stupido non farlo. L’importante è che siano coadiuvati da una analoga presenza nel mondo reale. Se deleghi all’etere la tua vita sociale allora avrai dei problemi. Il solito vecchio discorso: con lo stesso coltello ci puoi tagliare le patate lesse e uccidere un uomo. Sta a te decidere cosa farne.

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