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Hartvest

Festival in Montalcino

L’Hartvest si rivela festival per pochi intimi, un appuntamento esclusivo, segreto, per gente che si è ritrovata semplicemente qui o che ha saputo fiutare un’occasione che ha quasi del fiabesco. Montalcino è lo sfondo ideale di questa magia, un luogo notoriamente fuori dal tempo e sopra il pandemonio delle abitudini e della vita. Per i vicoli, oltre ai pacati discorsi di paese, si sente dire che questi Verdena sono una band che ha fatto fortuna agli inizi del nuovo millennio, ma che ora è pressoché sconosciuta. Per le persone del posto è solo un buffo nome che va ad aggiungersi per una serata a quello del Brunello, del Rosso o del Porcino.

Dopo le prove dei ragazzi di Albino, il festival apre i battenti, un po’ in ritardo, ma questo non sembra affatto turbare la quiete della ventina di anime che si aggira intorno al palco o che assiste all’evento sdraiata sul prato del campo sportivo, ai piedi della fortezza medievale. Sull’angolo di scena lasciato libero dagli strumenti dei Verdena si alternano artisti come Cold Cave, Thegiornalisti e Paolo Benvegnù, nell’aria prende a insinuarsi un odore di salsicce alla brace. Gli stand si illuminano e aprono ai clienti, ma più che altro è quello nei pressi dell’ingresso a fare il grosso degli affari [Rosso o Brunello, e salsiccia infilata nel panino più fetta di pomodoro e ketchup]. Tutto procede secondo copione, un’altra ventina di anime fa la sua comparsa sul prato, poi verso sera l’atmosfera si scuote un po’.

Ad attaccare gli strumenti sono le Robots in Disguise e la transenna sotto il palco inizia ad avere un senso. Uno ad uno ci si presenta da quelle parti per guardare più da vicino cosa stanno combinando quelle curiose tipe acchittate alla maniera electro-punk. Partono, dopo un attimo si bloccano, ripartono, si fermano di nuovo, dicono qualcosa ai tecnici, fanno per andarsene incacchiate, poi ritornano e attaccano con un altro pezzo. Londra sbarca a Montalcino con la sua faccia di bronzo, lo show è bizzarro e coinvolgente. Le ragazze non stanno un attimo ferme, sulla cover You really got me dei Kinks saltano, scendono, scavalcano, ballano scalze sul prato in mezzo al pubblico, inciampano, cadono, di tanto in tanto si alternano a un flauto o a uno xilofono che sembrano arraffati a qualche moccioso delle medie, infine riattaccano La nuit, il pezzo iniziale, lo portano finalmente a termine e se ne vanno. Nel loro genere, non male.

La serata si è accesa insieme alle braci, il tempo di attaccare gli strumenti dei Bud Spencer Blues Explosion e non v’è più alcun dubbio che il festival sia in fase di decollo. Gli occhi puntati su due mani che sembrano nate apposta per suonare una chitarra. Per tutto il tempo dell’esibizione quelle mani sono tutto ciò che conta al mondo insieme al buon vino, ti fanno dimenticare che una band si compone di altri strumenti a parte chitarra e batteria. Per un’ora buona quelle mani non ti fanno più rimpiangere l’assenza di ben altre falangi, di ben altre “esperienze”, il sound tiene inchiodati alla transenna, senza fiato, con un bicchiere di Brunello stretto tra i denti e un applauso collegato al cuore. Il duo dei Bud lì sopra non avrà brani da hit parade, ma in quanto a anima e tecnica siamo oltre le classifiche. Persino quando alla fine di Voodoo child ringraziano annunciando i Verdena, per un attimo sembra tutto uno scherzo, una presa per il culo. Che dopo di loro non abbia alcun senso continuare a star lì, oramai.

Ma poi ricordi che i Verdena non sono più una band “che ha fatto fortuna agli inizi del nuovo millennio”. Vedendoli prendere posto, ricordi che dopo Requiem e Wow si è di fronte ad artisti nel senso più creativo della faccenda. Poeti e cantautori, meno tecnica, un altro tipo di emozioni. Quando si presentano sul palco sai di nuovo perché è il loro nome a capeggiare la serata. Il concerto si apre con A capello, seguita da Rossella roll over, poi la scaletta va avanti quasi da sé, niente foglietti appesi tra casse e strumenti, nonostante la sequenza del tour non sia mai la stessa. Niente scazzi tra Luca e Alberto, Omid che spunta qua e là come un folletto, Roberta che si piega e dimena il capo al centro del palco senza mai cedimenti: i Verdena hanno qualcosa in più. Un alone di mistero. E di bellezza.

Dopo l’esibizione scambiamo qualche parola con loro intanto che Luca è seduto a mangiare: un po’ stanchi, ma pronti per Londra e Amsterdam. Ad attenderci all’uscita, un viso mostruoso che fa smorfie dalle mura della fortezza: una video installazione.

Il giorno seguente ci sono gli Horrors, ma per noi c’è giusto il tempo delle prove. Ringraziamo di cuore l’Hartvest e andiamo via.